Classi quarte e quinta

Scuola Primaria Morelli

Istituto Comprensivo S. Biagio

 

Quando la storia

è

nella memoria….

 

Testo realizzato come conclusione del progetto

“La quotidianità della guerra”

La seconda guerra mondiale raccontata dalla gente comune

 

In collaborazione con:

Comune di Ravenna

ANPI

Istituto Storico della Resistenza e dell’Età contemporanea

Prima della guerra

 

La nostra città era abbastanza diversa da come la vediamo adesso.

Molte case avevano un aspetto malandato, mancava quasi del tutto l’illuminazione pubblica, ben poche erano le automobili in circolazione o parcheggiate lungo le strade e, siccome non esisteva ancora la televisione, non si vedevano antenne sui tetti delle case.

Poche erano le fabbriche ed il traffico commerciale del porto era molto limitato.

Anche il modo di vivere delle persone era molto diverso.

 

Il signor Nello, nonno di Michela

“Prima della guerra ero un bambino piccolo e non ricordo molto.

Nelle strade le auto erano rarissime, non avevo né il telefono né la televisione, ma solo una radio.

L’inverno era molto rigido e nevicava più frequentemente; la casa era  riscaldata solo da una stufa  a legna in cucina.

Nelle stanze da letto c’era molto freddo e i vetri erano pieni di ricami formati dal ghiaccio.

Il bagno si faceva nella mastella  di legno in cucina con l’acqua riscaldata sulla stufa”.   

 

Dal racconto di Sauro Solaroli, nonno di Silvia

“A quei tempi non c’erano tante macchine e non c’era nemmeno il problema dell’inquinamento. La gente girava a piedi e in bicicletta.

Per usare le biciclette dovevi pagare una specie di tassa di dieci lire e ti davano un bollino che dovevi esporre, come adesso si fa con l’assicurazione delle automobili.”

 

La signora Zelinda, bisnonna di Kevin

“Io facevo la contadina e lavoravo nei campi, era una vita molto dura perchè si lavorava dall’alzarsi del sole fino al tramonto.

Di sera, dopo aver mangiato, si lavorava a maglia e si filava la canapa.

Siccome da noi non era ancora arrivata la luce elettrica, si usava il lume a petrolio e le candele.

Prima di andare a letto s’infilava sotto le coperte un oggetto chiamato “prete”, serviva a riscaldare tutto il letto: bisognava metterci dentro uno scaldino pieno di braci.

La brace la prendevamo dal camino dove bruciavano la legna.”

 

Il signor Mario, fratello della nonna di Elena

“Sono nato in una casa in campagna; niente luce elettrica, niente gas, niente rubinetto dell’acqua, niente riscaldamento con i termosifoni, niente strada asfaltata, niente auto nelle case. C’era solo una sgangherata Fiat Balilla che serviva per tutto il paese. Il viottolo era fangoso in inverno e polveroso in estate.

Niente materasso nel letto, ma un pagliericcio fatto con le foglie di granturco che a volte foravano… la schiena. Per scaldarlo si metteva il prete, con la suora…

Al mattino ci si lavava il viso nel catino rompendo il ghiaccio, se durante la notte era gelato”.

Per spostarsi, specialmente in campagna, si usavano ancora i carri trainati da animali.

 

Da “Io la tessera da Balilla non ce l’ho” di Silvano Saporetti  

“In una mattina del ’37 per me, i miei fratelli e le mie cugine, figlie dello zio falegname, fu organizzata “una bella gita”, forse per consolarci del fatto che non partecipavamo mai alle feste ed ai raduni del regime. Renato "ad Pulsot" ci portò col biroccio e la somara nella casa dove Noco era andato ad abitare da qualche tempo”.

 


 

Da “Ravenna, 60 anni fa” pagine di storia recente

Era molto diffusa l’abitudine di raccogliere la legna in pineta per usi domestici grazie all’antichissimo privilegio concesso ai ravennati, chiamato “ius legnandi.”

 

Da “Io la tessera da Balilla non ce l’ho” di Silvano Saporetti

“A quel tempo il regime, per andare incontro alle famiglie più numerose e disagiate, dava un libretto che era chiamato "di povertà": con questo si poteva avere un tesserino per andare a fare la legna in pineta.

Io, mia madre e mio padre, come tutti gli altri, partivamo in bicicletta la mattina presto, anzi la notte perchè erano le quattro o le cinque; si andava a Fosso Ghiaia, si lasciava la bici prima della statale e si andava a piedi in pineta.

Il regolamento diceva che bisognava raccogliere la legna caduta per terra, ma per terra di legna non ce n'era. Allora mio padre saliva sui pini e, cercando di fare minor rumore possibile per non farsi scoprire dalle guardie, tagliava i rami secchi. Poi facevamo il fascio di legna dentro al quale infilavamo un palo che lo sosteneva nei momenti in cui ci si voleva riposare.

Il fascio era molto pesante, specialmente per me che ero piccolo e magro; a volte, sotto quel peso mi sentivo umiliato e pensavo che, piuttosto di continuare con quella vita, era meglio morire…

Il fascio di legna era portato fino alla porta della pineta, distante a volte più di un chilometro; qui i fasci di ogni famiglia venivano ridotti ad uno solo e gli uomini dovevano trasportarli fino alla casa del guardiano, distante più -di cento metri. A questo punto i fasci erano pesantissimi e gli uomini, dopo due o tre passi, si fermavano ansimando come animali; mi ricordo che, quando vedevo queste cose, stavo molto male.

A volte poi, tutta questa fatica era quasi inutile perchè i fasci non passavano all'ispezione dei guardiani, che li facevano buttare a terra, slegare per guardare quello che c'era dentro e togliere i rami più belli.”

 

 

I giochi dei bambini

 

Dal racconto di Decimo Triossi

“Sulle strade si giocava con delle palline di terracotta.

Si costruivano delle fionde con rami di alberi e vecchie camere d’aria  di bicicletta.

Facevamo cerbottane con canne sottili con cui si lanciavano pezzettini di carta masticata o piccole bacche.

Avevamo pure trottole fatte con il legno, si metteva  un chiodo in testa, si legava con un filo e si lanciava; con queste facevano delle gare e vinceva la trottola che ruotava più a lungo.

Poi si costruivano i “carri armati”: si prendevano i rocchetti di filo per le macchine da cucire delle mamme, si segavano i tondi laterali che diventavano come ruote dentate; dentro al buco del rocchetto si metteva un bastone che veniva bloccato da una parte con un bastoncino messo trasversalmente, mentre  dall’altra parte si attorcigliava  una specie di elastico fatto con un pezzo di camera d’aria. Quando lo mettevamo per terra  il pezzo di gomma si srotolava e il carro armato andava avanti; vinceva chi faceva il tragitto più lungo.

Facevamo anche degli aquiloni utilizzando canne e carta, la colla veniva fatta con acqua e farina.

Con bastoni flessibili e pezzi di spago venivano fatti degli archi.

Si giocavano con i bottoni che venivano classificati a seconda dell’importanza e sistemati su una pietra.

Da una decina di metri si lanciavano dei sassi che urtavano il mattone facendo cadere dei bottoni, poi si contavano i bottoni che ogni giocatore faceva cadere.

Ci si procurava i bottoni nei modi più disparati ed era facile che all’uscita da scuola ci si accorgesse che dal proprio cappotto mancasse un bottone che era stato staccato mentre si faceva lezione”.

 

 

La signora Maddalena e Fiorenza  nonne di Agata

“Giocavamo con le bambole che venivano da Torino , erano di bisquit (un tipo di porcellana) coi tegamini (piatti, tazze, posate, bicchieri) sempre di porcellana.

Poi si giocava all’aperto con i vicini di casa , spesso con il pallone.”

 

La signora Franca, nonna di Ludovica e Federico

“Giocavamo con bambole di pezza fatte in casa usando gomitoli di lana  e stracci. La palla era fatta con  carta ed elastici, oppure giocavamo alla settimana, con le biglie e poi facevamo il gioco del telefono con due barattoli e un lungo filo.

Gli anziani, quando eravamo nei rifugi, per distrarci, ci raccontavano le fiabe classiche, quelle che conoscete anche voi.”

 

Dal racconto di Sauro Solaroli, nonno di Silvia

“C’erano i cavalli a dondolo di legno, cavallini di cartapesta, macchinine di ferro, latta e legno, soldatini e bambole, per chi aveva i soldi per comprare queste cose.

In linea di massima i giochi ce li costruivamo da soli con il materiale che riuscivamo a recuperare. Erano insomma giochi di inventiva: per giocare ci volevano della fantasia e delle capacità costruttive.”

 

Il signor Nello, nonno di Michela

“I giocattoli erano pochi, per lo più li costruivamo da soli oppure li facevano i nostri genitori.

Io avevo il monopattino di legno e il carriolo; con questo giocavo con i miei compagni: uno lo trainava e gli altri stavano seduti sopra.

Andavo spesso sulla riva del fiume con i miei amici per costruire le piste per giocare con le palline di terracotta.

In inverno giocavo sulla neve con la slitta che aveva costruito mio padre.”

 

Il signor Leopoldo, nonno di Guido

“In tempo di guerra con un mio amico ricco, giocavo con dei trenini elettrici molto belli e dalla torre della sua villa facevamo osservazioni con un telescopio.

Insieme abbiamo collezionato farfalle ed eravamo riusciti ad avere anche una bellissima collezione di cervi volanti (un specie di coleotteri giganti con lunghe antenne).

Con il mio papà avevo costruito un sommergibile funzionante formato da due mezzi gusci di legno, con all’interno una molla ad elastico che permetteva caricandolo, di farlo procedere e due alette laterali di latta che lo facevano immergere realmente.

Il mio papà era dirigente della società elettrica, così procurò due pali della luci, corde e i moschettoni che usavano gli operai per salire sui lampioni e una grossa tavola di legno e costruimmo un’altalena molto grande.

Giocavo anche con un piccolo aereo di latta, con le luci sulle ali e tante lucine dentro che funzionavano grazie a una pila e si potevano vedere attraverso i finestrini.”

 

Il signor Franco, nonno di Enrico

“Ricordo che noi maschietti giocavamo con carri fatti di legno e le ruote erano fatte con cuscinetti a sfera di auto vecchie . Uno  di noi da dietro spingeva gli altri sul carretto. Ci procuravamo, altre volte, aquiloni fatti di carta lucida e ritagli di canne.

Avevamo anche i pattini a rotelle e le trottole.”

 

Il signor Franco, nonno di Raffaele

“Io giocavo a costruire la fionda con bacchetti di legno adatti ed elastici.

Cercavo di costruirla il meglio possibile perché poi la usavo per fare  la gara a colpire un barattolo. Chi colpiva il barattolo più volte, vinceva.

Costruivo aquiloni utilizzando bacchetti di legno, carta da pacchi e la colla fatta con farina e acqua.

Giocavo con le biglie che non erano di vetro, come oggi ,ma di terracotta colorata.

Infine, intagliavo il legno per costruirmi dei giocattoli.”

 

Il signor Giovanni, nonno di Chiara e Francesco

“I giochi che ricordo durante la guerra erano quelli che prevedevano più che altro l’uso dei materiali da guerra. I giochi erano pericolosi perché giocavamo con la polvere da sparo ricavata dai proiettili da noi scaricati, maneggiavamo per curiosità le mine anti-uomo: i detonatori. Ricordo con dolore quando il mio amico Armando, stuzzicando con uno stecchino l’interno di un detonatore, lo fece scoppiare  e  lo scoppio gli portò via la mano.”

 

La signora Paola, nonna di Carlotta

“I giochi dei bambini erano molto semplici: nascondino, il gioco dell’oca, l’altalena, girare con la bici, la settimana, che si faceva disegnando delle caselle per terra con i nomi dei giorni. Si lanciava un sassolino sulla casella del lunedì e si andava a prenderlo saltellando su una sola gamba, poi si lanciava il sasso su tutti gli altri giorni della settimana: martedì, mercoledì …

Vinceva chi riusciva a fare tutto il percorso senza fare errori.”

 

La signora Edda, nonna di Martina Z.

“Ricordo che prima della guerra si viveva bene, poveri, ma felici. Si giocava tanto e si facevano tanti scherzi: si giocava in strada, si leggeva, si stava molto bene.

Durante la guerra si giocava soprattutto in casa a nascondino e raramente, fuori per paura dei bombardamenti ma si giocava a palla prigioniera e alla settimana.”

 

La signora Sara, nonna di Raffaele

“Io giocavo con le bambole di pezza fatte con i maglioni vecchi riempiti di trucioli di legno . I capelli erano  di lana, la faccia aveva il naso e la bocca ricamati e gli occhi fatti con due bottoni. I vestiti erano cuciti con avanzi di stoffa.

Poi giocavo facendo una buca sul terreno cercando di tirare più nocciole in essa.

Giocavo anche a nascondino e a moscacieca, alle belle statuine e alle signore.”

 

 

La scuola

Dal racconto di Decimo Triossi

“Io andavo  a scuola alla “De Amicis” dove adesso c’è la sede della Circoscrizione.

I bambini provenienti dalle campagne venivano rapati a zero per paura dei pidocchi, come i bambini dell’Infanzia abbandonata che vivevano all’ospizio Morelli.

I bambini erano divisi per età e inquadrati militarmente nelle associazioni fasciste.

Le famiglie degli antifascisti non sempre erano d’accordo e per piegarli si usava l’olio di ricino o il manganello.

Era vietato non essere d’accordo con i fascisti”

 

Il signor Leopoldo, nonno di Guido

“A scuola avevamo solo un maestro e un solo libro per ogni anno scolastico.

Il mio maestro era molto bravo ma molto severo, quando i bambini disubbidivano batteva la riga sulle dita e a volte anche in testa.

Al sabato pomeriggio c’era l’adunata in una specie di centro sportivo dove si marciava, si faceva ginnastica,si cantava, si faceva merenda con un panino, tutti vestiti da balilla.

In prima e in seconda elementare i bambini erano chiamati “figli della lupa”.

La loro divisa era: calzoni corti, camicia nera con sopra due bende bianche di tela incrociate, con in mezzo una “M” di Mussolini in metallo cromato.

In terza elementare i bambini erano chiamati “balilla” e all’uniforme aggiungevano una baionetta: un fucile con una lunga punta sulla sommità.

In quarta e in quinta elementare erano chiamati “balilla moschettieri” e anche fino all’età di 14 anni.

Dopo i 14 anni erano chiamati “avanguardisti” e la loro uniforme era di colore grigio-verde, con calzoni lunghi portati dentro la scarpa alta e guanti lunghi neri di tela cerata larghi fino in fondo.

In tutte le divise, in testa s’indossava un cappellino di feltro nero con un fiocco lungo che si chiamava Fez.

Io sono stato anche avanguardista e allora abitavo già a Forlì (1940) e quando Mussolini andava a Rocca delle Camminate, noi andavamo in pullman a Predappio e qui Mussolini ci passava in rassegna.”

 

La nonna di Agata

“Per quanto riguarda la scuola, sono stata molto fortunata poiché mia madre era un’insegnante, così io avevo già imparato a leggere e scrivere a cinque anni e l’anno in cui io frequentai la prima, la mamma fu anche la mia maestra.”

 

Vitaliano, il nonno di Letizia, ci racconta

“Si andava a scuola sempre a piedi o in bicicletta perché la mia casa era vicina alla scuola. Avevo una cartella di cartone, i grembiuli erano uguali a quelli di adesso. Le maestre erano molto severe e se parlavi ti bacchettavano le dita.

Poiché c’erano pochi soldi, la merenda non si faceva quasi mai , però si mangiavano le patate a pranzo.”

 

Il signor Mario, fratello della nonna di Elena

“Sono nato quando il fascismo aveva conquistato il potere. Bisognava solo ubbidire.

Più si era poveri e più bisognava subire.

Al sabato si andava a scuola vestiti da balilla. Si marciava con un fucilino di legno e l’assenza comportava la giustificazione del padre che, se si rivelava antifascista, veniva segnalato alla polizia e rischiava di essere …lisciato sulla schiena con un arnese tipo…randello.

Da studente frequentavo la scuola dove era stato… Mussolini.

C’erano in mostra le sue pagelle. Bei voti in storia e letteratura ma, se ricordo bene, scarso in matematica.  Difatti ha sbagliato tutti i conti.”

 

La signora Edda, nonna di Martina

“Tutte le bambine erano “figlie della lupa” poi “giovani italiane” e finita la scuola si andava (quasi tutti) in colonia dove ogni mattina si faceva il saluto romano, e si  assisteva all’alzata della bandiera e poi c’era il giuramento:

“ Nel nome di Dio e dell’Italia giuro di eseguire gli ordini del Duce e di servirlo con tutte le mie forze e se necessario anche col mio sangue per la causa della rivoluzione fascista.”

Il sabato pomeriggio poi si faceva il saggio di ginnastica davanti alle maestre.”

 

La signora Franca, nonna di Ludovica e Federico      

“Ero figlia della lupa, poi giovane italiana.

Il sabato ci adunavano e ci facevano far ginnastica tutti insieme, cantando inni fascisti

C’era l’alzabandiera tutte le mattine, la preghiera per i soldati al fronte; si leggeva in classe il bollettino di guerra e d’estate c’era il campo solare.

Molte scuole furono chiuse per il pericolo dei bombardamenti, perciò solo chi poteva permettersi una scuola privata o conoscere una maestra poteva studiare.”

 

Il signor Giovanni, nonno di Chiara e Francesco

“Sono nato nel 1935, prima che l’Italia entrasse in guerra  e abitavo a Pizzoferrato, un tranquillo paesino situato sull’interno dell’Abruzzo, a circa 90 km dal Mar Adriatico, sulla riva sinistra del fiume Sangro.

Frequentavo la prima elementare e a scuola ero inquadrato, dal regime esistente del fascismo, come figlio della lupa e come tutti i miei compagni portavo un fazzoletto blu al collo. Dopo l’8 settembre del 1943, il Paese fu occupato dai tedeschi e le scuole furono chiuse perché la popolazione fu costretta a sfollare e a vivere dispersa nei boschi.

Nel 1942 ho frequentato la seconda elementare quando  l’ Italia verso la fine di quell’anno scolastico era già entrata in guerra, ma per noi fu un anno normale perché i cannoni erano lontani.

La mia era una scuola normale, ma severa. Eravamo seguiti da una sola maestra. Una volta alla settimana facevamo una gita in campagna dove l’insegnante ci spiegava le varie erbe e piante.

Ricordo che esisteva una punizione corporale consistente in colpi con una paletta di legno sulla mano in numero variabile a discrezione della maestra e inferte sia per poco studio che per disturbo alla scolaresca.”

 

Il signor Nello, nonno di Michela

“Quando facevo la prima elementare avevo una maestra molto severa; ricordo ancora bene che un giorno facevo il birichino, la maestra mi diede uno schiaffo e io sbattei la testa sul banco. All’uscita, poiché la maestra abitava vicino a casa mia, mi accompagnò per scusarsi col mio babbo, ma se non facevo presto a scappare ne avrei preso un altro da lui.”

 

Dal racconto di Sauro Morigi

“Avevamo una professoressa di italiano che, per l’anniversario della morte di Matteotti, ce ne raccontò la storia. Mi ricordo che parlò di Matteotti e del fascismo per due giorni: il giovedì e il venerdì. Il lunedì successivo lei non si presentò a scuola: qualcuno aveva fatto la spia e l’avevano licenziata.”

 

Dal racconto di Sauro Solaroli, nonno di Silvia

“La scuola era molto più dura di oggi: bacchettavano le mani, mettevano fuori dalla porta o dietro la lavagna, se non si stava attenti o non si studiava.

Si parlava sempre di Mussolini e fra le materie c’era anche la cultura fascista.

Eravamo tutti iscritti nei Balilla e ogni sabato pomeriggio dovevamo andare alle  adunate per fare esercitazioni militari con un moschetto finto e lezioni teoriche di tecniche militari.

Io non volevo andarci e spesso inventavo scuse e rimanevo a casa; ma il preside mi richiamò e mi venne dato un cinque in condotta perché ero poco portato alle tecniche militari.

Quando morì mio padre eravamo molto poveri e non avevamo i soldi per la divisa, io speravo che questa ragione mi evitasse di partecipare alle adunate, ma non fu così: mi diedero un buono per prendere la divisa  che veniva ritirata nei Magazzini “Nuova Italia”

Ci mandavano anche ad aiutare la raccolta del ferro che la gente era costretta a consegnare per aiutare lo sforzo bellico dell’Italia.”

 

Il signor Gigi, zio di Luca

“Le elementari le ho fatte dove sono nato, nella parrocchia frazione Bagnolo, invece

la 4^ e la 5^ le ho fatte nel paese: Sogliano Rubiconde.

La mattina mi svegliavo prestissimo per partire a piedi verso il paese, percorrendo

5 o 6 km di strada; a mezzogiorno si pranzava in mensa.

Dopo la scuola si tornava a casa, andavamo a lavorare nei campi fino a sera e, quando si finiva di  mangiare, si facevano i compiti a lume di candela.

Per i giochi non c’era molto tempo e solo la domenica il cappellano ci dava delle monetine per giocare a piastrelle, un gioco simile alle bocce. Qualche volta giocavamo anche alla settimana.”

 

Da “Io la tessera da Balilla non ce l’ho” di Silvano Saporetti

“Si arrivò così al 1933 ed io cominciai ad andare a scuola.

Ero un bambino curioso, con una gran voglia di imparare e affrontai questa nuova esperienza con entusiasmo, ma ben presto mi accorsi di essere un “diverso”, in quanto ero l’unico fra tutti i bambini a non essere iscritto nei Balilla.

La prima richiesta di acquistare la tessera venne nel 1934, quando io frequentavo la prima elementare; tutti adempirono alla richiesta, solo io ricevetti da casa una risposta vaga e negativa:

« Noi siamo contrari, non possiamo comprarla.»

Mi sentivo isolato e non sapevo quali parole usare per spiegare la situazione. Mia madre andò a parlare con la maestra; non so che cosa si siano dette, ma per quell’anno la cosa finì lì.

La situazione peggiorò nel ‘35: il fascismo era nel massimo del suo fulgore e si stava avviando alla conquista dell'impero. La mia maestra che, era diventata la capogruppo della scuola di Carraie, non riusciva ad accettare che, proprio nella sua classe, ci fosse un ragazzo che non prendeva la tessera di Balilla.

Al momento del tesseramento, ogni giorno mi ricordava di chiedere a mio padre i soldi della tessera ed io ogni volta le rispondevo che i miei genitori non intendevano iscrivermi.

Venne il giorno della consegna della tessera e ci fu chiesto di fare i pensierini sull'avvenimento. Io mi liberai subito scrivendo:

« Io la tessera da Balilla non ce l'ho.»

La maestra, tutta buona, venne a sedersi vicino a me e suggerì di scrivere questo pensierino:

« Io la tessera da Balilla non ce l'ho , ma sarei orgoglioso di averla.»

Io che volevo bene ai miei genitori, pur non capendo bene le motivazioni che li spingevano a determinate scelte, non volevo scrivere quella frase perchè mi sembrava di tradirli, ma nello stesso tempo non avevo il coraggio di oppormi direttamente alla maestra; usai perciò la classica arma dei bambini: appoggiai la testa  sul banco e iniziai a piangere…

Venne il 1936, il fascismo stava conquistando l'impero; la carta dell'Etiopia era attaccata al muro della classe, con le bandierine sulle posizioni conquistate, tutti i giorni si parlava delle conquiste e dell'amor di patria.

Quello fu un anno difficile non solo per la  tessera, ma anche perchè gli altri scolari dovevano andare a raccogliere ferro vecchio per la patria ed io mi sentivo un po’ escluso.

La maestra, affermando che il fascismo faceva l'Italia grande e invincibile, continuava a consigliarmi di "supplicare" mio padre di darmi i soldi. Quando le dissi che non me li avrebbe mai dati, mi fece questa proposta:

« Se è per i soldi non devi preoccuparti. Se tu sei d'accordo, ti può aiutare l’intera classe; far arrivare una tessera in più non è certamente un problema. »

Io, pur combattuto, dissi di no, nella convinzione interna che non potevo fare una cosa che per i miei genitori era sbagliata… e, come l'anno prima, per difendermi misi la testa appoggiata al banco, poi  piansi in silenzio.

Nell'anno 1936, con la conquista dell'impero, si sentivano tutti più fascisti e patriottici, perciò tante volte dovetti appoggiare la testa sul banco per non mostrarmi orgoglioso di questa guerra, di questo paese e delle sue conquiste.

Per dimostrare che pure io amavo l'Italia, anche se in modo diverso dagli altri,  m’interessavo alla storia del Risorgimento e dei vari patrioti,  come i fratelli Bandiera,  Pellico, Pisacane, Garibaldi, Mazzini. Quando a scuola venivano trattati questi argomenti mi impegnavo moltissimo e studiavo tanto che ero uno dei più bravi, anzi spesso il più bravo.”

 

La guerra

 

Da “Io la tessera da Balilla non ce l’ho” di Silvano Saporetti  

“Nel giugno del ‘40, mentre ero con i miei genitori nella terra a Porto Fuori a mietere il grano, un conoscente venne a dirci che l'Italia era entrata in guerra a fianco della Germania nazista, contro l'Inghilterra e la Francia

Quando tornammo a casa la sera, si sentiva, dalla vicina casa del fascio, inneggiare alla guerra che doveva essere breve e vittoriosa.

Con l’entrata in  guerra dell’Italia, la situazione peggiorò e molti giovani furono costretti ad andare a combattere….”

 

Il signor  Emilio, nonno di Federica

“ Nel 1941 sono partito per la guerra, per fare il servizio militare; poi dopo aver finito il servizio militare io e tutti gli altri siamo stati portati in Iugoslavia dove avvenivano molti bombardamenti.

Mi sono salvato per miracolo stendendomi dietro un piccolo monte e mettendo la mia valigia sulla testa, così mi sono riparato dalle schegge e dal terriccio che volavano sopra di me”

 

Dal racconto di Sauro Morigi

“Per finanziare la guerra si chiese agli italiani di raccogliere “oro per la patria”; le donne furono costrette a consegnare le fedi nuziali e in cambio ricevevano una fedina di un  metallo molto più povero e che lasciava un segno scuro al dito.

Poi ci fu la raccolta del “ferro per la patria”, si raccolse di tutto, persino le campane.”

 

Dal racconto di Sauro Solaroli, nonno di Silvia

“Una volta ci mandarono alla stazione per salutare i soldati che partivano per combattere in Russia, ci avevano detto che sarebbe stata una guerra veloce e vittoriosa; ma pochi di quei soldati sono riusciti a ritornare a casa.”

 

Il signor Mario,  fratello della  nonna di Elena

“Appena finii la scuola e divenni maestro elementare fui chiamato a fare il militare in aviazione. Ma era cominciata la guerra. Fu detto che sarebbe durata 6 mesi con un migliaio di morti. E’ durata anni e ci sono state milioni di vittime”

 

Da “Io la tessera da Balilla non ce l’ho” di Silvano Saporetti  

“Si arrivò così al 25 luglio del 1943 e alla destituzione di Mussolini.

Quando imparammo la notizia ci sembrò di scoppiare dalla gioia: finalmente l’incubo era finito. Andammo alla casa del fascio e bruciammo tutto ciò che vi era: il ritratto del Duce, le carte e tutti gli altri simboli del fascismo.

Sembrava una festa, il bello era vedere che quasi tutto il paese partecipava a quel momento.

 Pensavamo che il fascismo fosse finito e volevamo che con lui finisse anche la guerra”.

 

 

La fame

 

Dal racconto del signor Decimo Triossi

“Durante la guerra la fame era tanta. Per darvi un’idea il pane che è la cosa più povera da mangiare, per tutti non c’era, per averlo, bisognava avere una specie di tesserina dove c’erano dei bollini e per ciascuno di essi di davano una razione di pane che era molto piccola.

Lo zucchero era razionato, cioè ce n’era una razione per ogni persona.

I giardini, anche in città, erano coltivati ad orti per avere un po’ di verdura da mangiare.

In campagna c’era qualcosa in più, in città la vita era veramente dura.

C’era il mercato nero, qualcuno aveva accaparrato dei viveri e li vendeva a dei prezzi altissimi.”

 

La signora Guerrina, nonna di Francesca e Sayo

“Durante la guerra facevamo tanti sacrifici perché avevamo il mangiare con la tessera, quando finiva la tessera la sera non c’era niente da mangiare. Chi aveva soldi andava a prendere qualcosa dai contadini al mercato nero, chi non aveva soldi faceva come poteva”

 

Il signor Mario, fratello della nonna di Elena

“Si mangiava il pancotto (pane, acqua, poco sale, poco lardo fatto bollire e con un condimento eccezionale: la fame)”

 

Il signor Daniele, nonno di Federico e Ludovica

“I generi alimentari erano razionati e c’era tanta fame. Ricordo che ci  davano 150 grammi di pane giornaliero e la carne, quando c’era, una volta alla settimana. A quei tempi le autorità davano la possibilità di trasformare i giardini in orti di guerra. Io trasformai il mio cortile in un “orto di guerra” e riuscii a produrre del granturco. Così ci diedero la licenza per macinare e potemmo avere un supplemento di farina.

Anche i giardini pubblici e le aiuole della città furono trasformati in orti di guerra”

 

La signora Carla, nonna di Chiara

“Mangiavamo molta verdura che coltivavamo nel nostro piccolo orto, inoltre polli conigli che allevavamo in casa, dalla piccola bottega del paese compravamo solo pasta secca e poco formaggio”

 

Il signor Giancarlo, nonno di Matteo Casadio

“Durante le guerra si stava molto male, c’era la mancanza di cibo e degli uomini per lavorare  i campi perché i giovani erano stati mandati a combattere

Per di più i tedeschi nelle campagne portavano via il grano e gli animali per nutrirsi loro.”

 

La signora Olga, nonna di Nicola

“Durante la guerra il cibo scarseggiava e noi eravamo fortunati se riuscivamo a mangiare una volta al giorno

 

La nonna di Giulia

“I tedeschi portavano via dalle case tutto quello che trovavano da mangiare e la nostra gente rimaneva senza cibo. Se non gli davano quello che volevano rompevano tutto quello che trovavano e bruciavano le case.”

 

Dal racconto di Sauro Solaroli, nonno di Silvia

“Il cibo era razionato, si potevano avere 150 grammi di pane per gli adulti e 100 per i bambini  ogni giorno e una razione di carne una volta alla settimana.

Chi poteva comprava qualcosa al “mercato nero” ma era tutto molto caro: mia madre vendette i suoi orecchini d’oro per comprare 2 chili di farina

Quando abitavo a Bologna andavo a cercare il cibo nelle campagne vicine: una volta feci 18 Km in bicicletta e riuscii a comprare 10 chili di patate.

A Bologna c’era un macellaio che vendeva carne di cavallo, facevamo lunghe file per procurarcene un po’.

Si potevano trovare anche le “mistocchine” (piadine con farina di castagne)

In città si vedevano pochi uccelli e pochi gatti perché la fame era tanta e si mangiava un po’ di tutto.”

 

La signora Teresa, bisnonna di Paolo

“Io avevo quattro figli e col poco cibo che la legge del razionamento ci dava non riuscivo a sfamarli tutti, allora andavo nelle fabbriche di stoffa e di tela e chiedevo gli avanzi dei tessuti; poi andavo col treno in campagna per fare il baratto con i contadini; io davo loro la tela  ed essi in cambio mi davamo del cibo: lardo, zucchero, farina, burro, formaggio….

Siccome avevo paura che i poliziotti nazifascisti mi scoprissero, mettevo il cibo in uno scatolone chiuso con un catenaccio e fingevo di portare gli attrezzi a mio marito che faceva il falegname. Una volta, per non  farmi scoprire da una poliziotta nazifascista, mi misi il lardo dentro la camicia che si sporcò tutta, lavarla bene fu un lavoraccio.”

 

Da “Io la tessera da Balilla non ce l’ho” di Silvano Saporetti  

“…al momento della mietitura andavamo anche a spigolare per raccogliere una quantità di grano che ci permettesse di sopravvivere. Portavamo poi questo grano al mulino per farlo macinare e avere la farina per fare il pane o la pasta, che erano i nostri principali alimenti.” 

 

Da “Noi c’eravamo” memoria di Germana Bonini

“Mio padre lavorava al porto, ma essendo antifascista non lo facevano lavorare: I fascisti avevano sospeso dal lavoro tutti quelli che non la pensavano come loro. Quindi vivevamo di stenti…

Voglio dirvi una cosa che non è delle più belle ma se lo dico è perché penso che sia stato determinante per sopravvivere. Mio padre, quando non  avevamo niente da mangiare, andava a prendere dei gatti, quelli che trovava, li ammazzava, d’inverno li metteva sotto la neve (quando c’era) e d’estate li metteva nel pozzo, vicino all’acqua, così si mantenevano. Noi li mangiavamo come fosse carne pregiata, e così, con quelli e poco altro, siamo vissuti.”

 

 

 

I bombardamenti

 

Da “Ravenna, 60 anni fa” pagine di storia recente

“Dei 53 bombardamenti che colpirono Ravenna e la sua periferia, il più grave fu quello che illuminò a giorno la città nella sera del 25 agosto 1944. Oltre a parecchie case di civili, le bombe colpirono in pieno la chiesa di S. Francesco e il quartiere S. Biagio, la stazione, l’ospedale, il portale della chiesa di S. Giovanni Evangelista, il Duomo, la Basilica di Santa Maria in Porto.”

 

Dal racconto di Decimo Triossi

“ I bombardamenti iniziarono a Ravenna alla fine del 43 e si accentuarono nella seconda metà del 44.

Gli alleati venivano nel nostro territorio occupato dai tedeschi e bombardavano ferrovie, fabbriche stazioni porti, lo facevano per fiaccare il nemico e terrorizzare la popolazione. E’ stata distrutta una grande parte di Ravenna, la stazione , viale Farini, il porto…

Per avvertire la popolazione, suonava la  sirena della Callegari, che in dialetto era chamata “e fisciò”  il suo suono si sentiva per tutta la città.

Quando suonava 3 volte arrivavano aerei piccoli (caccia) che venivano a mitragliare per le strade.

Quando suonava 6 – 9 volte, arrivavano bombardieri pesanti: le fortezze volanti.

La popolazione allora andava nei rifugi che erano dislocati nei  sotterranei delle case, all’ingresso c’erano dei sacchetti di sabba per difendersi dalle schegge.

I bombardamenti duravano 20 minuti - mezz’ora.

Alla fine si sentiva un fischio prolungato. La gente usciva dai rifugi e iniziava la  ricerca dei feriti e dei morti, la pulizia dalle macerie.

Ogni tanto passava  “Pippo”: era un ricognitore che illuminava la zona con i bengala.

Lanciava dei paracaduti di seta bianca che la gente andava a raccogliere e utilizzava per fare delle camicette.”

 

Dal racconto di Sauro Solaroli, nonno di Silvia

“Alla sera c’era l’oscuramento per non farsi vedere dagli aerei, tutto era buio e dovevamo stare chiusi in casa, con le finestre completamente chiuse.

A volte suonava una sirena che ci invitava a correre nei rifugi perché la città stava per essere bombardata, poi si sentiva un suono lungo e la gente poteva tornare a casa.

Un giorno ci fu un grosso bombardamento mentre mio padre era al lavoro, noi aspettammo a lungo, ma lui non tornava mai, allora io e mio fratello andammo alla stazione, dove mio padre lavorava; c’era una gran confusione: morti, feriti, macerie dappertutto. Noi cercammo a lungo, chiedemmo notizie, telefonammo a tutti gli ospedali finché non lo trovammo: era morto.”

 

Guido intervista il nonno Leopoldo

“A quel tempo vivevo a Forlì.

Un giorno ero in bicicletta, insieme ai miei amici, vicino all’istituto industriale quando sentii il fischio delle bombe che scendevano; Mollai la bicicletta e, come mi avevano insegnato a scuola, mi stesi a terra appoggiandomi sui gomiti e sulle punte dei piedi per evitare il contraccolpo del selciato; poi cominciarono a scoppiare le bombe.

Bombardarono la scuola, la stazione, e la ferrovia.

Terminato il bombardamento andai a vedere cosa era successo: nascosti sotto gli alberi del viale della stazione c’erano degli autocarri tedeschi semidistrutti e in fiamme, sotto i carri, in cerca di protezione, si erano nascosti dei tedeschi i cui corpi bruciavano come torce. Scioccato corsi a casa per vedere cosa era successo ai miei familiari.

Una volta, mentre andavo da una casa all’altra per leggere i contatori, passai vicino a dei filari sotto i quali i tedeschi nascondevano le munizioni per rifornire il fronte poco lontano da lì.

Improvvisamente passarono due aerei che iniziarono a mitragliarmi; io mi buttai terrorizzato nel fossato dove mi ferii ad un braccio.

Poco dopo passò da lì un sidecar tedesco con a bordo un comandante mio amico, che mi portò all’ospedale vicino dove mi curarono…ma non dalla paura.”

 

La signora Guerrina, nonna di Francesca e Sayo

“Se avevo paura? Ma lo credo bene! Il mio bambino! Quando passano gli apparecchi  e fanno quel rumore “bum,bum” ho ancora paura; quella paura del rumore mi è rimasta nel sangue. E’ una cosa che non passa più. Però eravamo persino curiosi! Uno dei primo bombardamenti fu nei viali della stazione, venne bombardato Farini, il monumento che è seduto. Nei viali c’erano degli alberi grandissimi che vennero tutti segati. Io andai a vedere che cosa era successo.”

 

Guido intervista la nonna Anna

“ Un giorno, quando avevo cinque anni, suonò l’allarme; con mia mamma corsi nel più vicino rifugio antiaereo, che era in un albergo.

Dalle feritoie del piano seminterrato, dove eravamo nascosti assieme a tante altre decine di persone, potevamo vedere la piazzetta antistante.

Mo zio stava chiudendo il suo bar per andare a casa, quando  improvvisamente si fermò una camionetta delle brigate nere che iniziarono a fargli mille domande: chi era, dove andava, cosa faceva….

Infine gli dissero che era libero di tornare a casa; mio zio si allontanò, ma dopo appena due passi, gli scaricarono addosso il mitra, poi gli si avvicinarono e, rendendosi conto che non era ancora morto, gli diedero il colpo di grazie sparandogli alla testa.

Io vidi tutta la sena assieme a mia mamma e, appena suonata la sirena del cessato allarme, uscii nella piazza con tutti gli altri, ammutolita dal terrore; mia mamma rimase scioccata per vari mesi.”

 

La signora Teresa, bisnonna di Paolo

“Delle notti arrivava Pippo che, quando vedeva delle luci nelle case le bombardava. Una notte una bomba scoppiò vicino alla mia casa, io andai a vedere e la luce di quella bomba mi fece venire gli incubi per molto tempo. I miei parenti dicono di avermi vista una notte che, come una sonnambula, stavo su un cassettone e spostavo i quadri.”

 

Il signor Daniele, nonno di Federico e Ludovica

“Quando è scoppiata la seconda guerra mondiale avevo dodici anni, vivevo con mia madre e i miei fratelli  perché mio padre era stato “militarizzato” e mandato in Germania a lavorare per i Tedeschi.

Abitavamo in un paese vicino a Napoli, zona di grande importanza militare, sia per la posizione strategica, a sud del Volturno, che per gli obiettivi militari.

A causa dell’importanza militare della zona e visto che a quell’epoca il Vesuvio era ancora attivo, quindi un ottimo riferimento per quelli che dovevano colpire, vivevamo nel terrore dei bombardamenti aerei che avvenivano a tutte le ore e quindi non c’era posto dove sentirsi al sicuro.

Una volta, mentre andavo a scuola a piedi, perché anche la bicicletta era un lusso, mi sono trovato in mezzo ad  una sparatoria fra alleati e tedeschi.

Tutti ci siamo buttati nel fosso e io non mi sono fatto niente, però intorno a me rimasero a terra parecchie persone meno fortunate.”

 

La nonna di Ludovica e Federico

“Ho avuto tanta paura quando suonava l’allarme per i bombardamenti, più di una volta sono svenuta.”

 

La signora Carla, nonna di Chiara 

“Quando passavano gli aerei che noi chiamavamo “Pippo” ci nascondevamo in gallerie scavate nel cortile dove avevamo portato delle coperte e chiudevamo la buca con tavole di legno.”

 

La signora Giuliana, nonna di Elena

“Una sera, durante un bombardamento, insieme a mia sorella maggiore andammo a rifugiarci da un vicino di casa.

Attraversando il campo, scivolammo in una grande pozzanghera. In quel momento cadde una granata venti metri più avanti.

Se non fossimo cadute nel fango saremmo rimaste colpite.”

 

I  nonni di Matteo Lubrano

“I miei nonni erano molto piccoli e mi hanno raccontato che quando suonava l’allarme dovevano andare a nascondersi nei rifugi o nei fossi. I loro genitori raccomandavano di stare sdraiati perché così avevano qualche possibilità in più di salvarsi.

Alla fine del bombardamento suonava un altro allarme e potevano tornare a casa, durante questo percorso passavano in mezzo a strade dove tutto era stato distrutto e  in mezzo a corpi di persone uccise o ferite.”

 

La signora Mariarosa, nonna di Silvia

“Durante la guerra ero molto piccola e mi ricordo che quando scattava l’allarme, perché erano arrivati gli aerei nemici a bombardarci, io avevo paura: mi nascondevo sotto il tavolo e cominciavo ad urlare”

 

La signora Olga, nonna di Nicola

“Durante i bombardamenti mia mamma, presa dalla paura, chiudeva me e i miei tre fratelli in una grande botte che allora serviva per il vino. I minuti che trascorrevamo là dentro erano terribili perché non c’era tanto ossigeno e non potevamo neanche piangere dalla paura perché ne avremmo consumato troppo.”

 

 

 

Inizia la Resistenza

 

Da “Ravenna, 60 anni fa” pagine di storia recente

“L’8 settembre del 1943 Badoglio firma l’armistizio con gli alleati, poi fugge a Brindisi già liberata dagli anglo-americani con la famiglia reale. Molti si illudono che la guerra sia finita, ma la confusione seguita alla vergognosa fuga del re consente a Mussolini, poi liberato dai tedeschi, di fondare, nell’Italia del Centro Nord, una nuova dittatura chiamata Repubblica Sociale Italiana (RSI), che si macchierà di sanguinose azioni criminali.

Inizia per l’Italia settentrionale il periodo più cupo della guerra.”

 

Da “Io la tessera da Balilla non ce l’ho” di Silvano Saporetti  

“Venne poi l’otto settembre e finalmente giunse la notizia che  l’Italia aveva firmato l’armistizio con gli alleati.

Quel giorno “la Maria de Frol”, una cugina di mio padre, andò nella caserma dei carabinieri a farsi riconsegnare la radio che le era stata confiscata quando l’avevano sorpresa ad ascoltare “Radio Londra” assieme al suo fidanzato, Riziero, uno dei tanti antifascisti della zona che era stato mandato a combattere una guerra che riteneva ingiusta.

Piena di determinazione prese la sua radio e la mise su un tavolo, al centro del paese, poi la sintonizzò sul canale in cui veniva trasmessa la notizia della fine della guerra e alzò il volume: fu uno splendido momento di gioia vissuta tutti insieme…

La nostra gioia non durò a lungo: ben presto ci accorgemmo che dovevamo aspettare e lottare per molto tempo, prima di arrivare alla vera pace e alla libertà dal fascismo.

Dalla radio arrivavano notizie confuse, ma si cominciò a capire che per noi la guerra non era finita e che i tedeschi ora stavano occupando una gran parte dell’Italia, indignati contro quello che loro consideravano il tradimento italiano.

Altre notizie ci arrivarono dai nostri che pian piano tornarono dal fronte, come Noco, mio zio Dino, Taschiero… Questi ci descrissero la situazione terribile di un  esercito sbandato e senza ordini e di soldati disperati che cercavano di sfuggire all’ira tedesca. Intanto arrivò una notizia ancor più terribile: Mussolini era stato liberato e, con l’aiuto dei Tedeschi, aveva fondato la Repubblica di Salò. Si ricominciarono a rivedere i fascisti girare baldanzosi per strada…

Nel frattempo i vecchi antifascisti, fra cui mio padre, non erano restati con le mani in mano e si erano organizzati per combattere, anche con le armi, contro i tedeschi e i fascisti.”

 

Il signor Mario,il fratello della nonna di Elena

“Ero stato appena promosso ufficiale pilota che il governo fascista cadde; l’esercito era sfasciato, tutti i militari volevano tornare a casa, ma era risorto il fascismo, peggiore di quello di prima. I tedeschi invasero l’Italia per tentare di fermare gli eserciti alleati che erano sbarcati in Sicilia e risalivano lo stivale.

Volevano che ritornassimo a combattere, a fare la guerra.

Prima mi nascosi e poi, con tanti altri partigiani, decidemmo di fare la guerra contro coloro (tedeschi e fascisti) che volevano che continuassimo a...fare la guerra. Assieme a noi c’era anche Gigino, il nonno di Elena. Di giorno ci si nascondeva e di notte si compivano i cosiddetti sabotaggi e anche attacchi con le armi contro fascisti e tedeschi. Sono stato fortunato perché la morte mi ha sfiorato parecchie volte, ma sono riuscito a salvarmi; purtroppo tanti amici, per malasorte, sono rimasti uccisi.”

 

Raffaele ci racconta la storia di nonno Domenico

Dopo l’otto settembre la situazione sul fronte divenne disperata. Molti soldati furono catturati dai tedeschi per costringerli a continuare la guerra al loro fianco; quelli che non accettarono vennero portati nei campi di prigionia.

Mio nonno fu uno di questi.

I prigionieri dei campi di prigionia lavoravano in condizioni di sicurezza pessime e con pochissimo vitto.

Per sopravvivere mio nonno mangiava le bucce delle patate e, quando gli si ruppero gli scarponi da soldato, usò come scarpe i copertoni dei camion.

I tedeschi, almeno una volta alla settimana, raggruppavano i prigionieri e, prendendoli in giro, chiedevano loro se avevano voglia di cambiare vita e passare dalla loro parte. Sempre tutti rispondevano: - NO! –

Un giorno mio nonno ed altri prigionieri romagnoli, stanchi di quella vita, riuscirono a scappare. Ecco come: rubarono un camion; un ragazzo del gruppo si mise a guidare e tutti gli altri si nascosero dietro. All’uscita suonarono due colpi di clacson e una guardia, senza controllare, aprì il cancello, ignara della situazione.

Dormirono sui gradini di chiese, ebbero la fortuna di trovare pane gratis finché ogni ex prigioniero tornò a casa.

Mio nonno, arrivato dalle parti del porto, vide Ravenna semidistrutta dalle bombe e gli venne il timore che, anche mia nonna fosse morta; quando arrivò a casa, invece,  vide  la nonna viva e la casa intatta, eccezion fatta per una bomba scoppiata nel cortile.

Fu poi decorato con la medaglia al valor militare, medaglia di cui non è mai stato veramente fiero perché gli faceva tornare in mente i “brutti tempi”.

 

Dal racconto di Decimo Triossi

“Quando gli antifascisti si organizzano nella Resistenza io ero giovanissimo.

Entrai nella Resistenza soprattutto per orientamento alla famiglia, in casa mia tutti erano antifascisti: mio nonno, mio padre, i miei  fratelli.

Mio padre, tutti gli anni, veniva arrestato preventivamente dal 29 aprile al primo maggio, per evitare iniziative per la Festa dei Lavoratori; mio fratello Ernesto è stato uno dei fondatori del partito antifascista di Ravenna; un altro dei miei fratelli è andato a combattere nella guerra in Spagna dalla  parte dei Repubblicani; la mia famiglia è stato anche colpita dall’eccidio di Madonna dell’Albero, tra i morti c’è la moglie di uno dei miei  fratelli e il suo bambino che aveva poco più di un anno.”

 

Da “Io la tessera da Balilla non ce l’ho” di Silvano Saporetti  

“In quel periodo arrivò la notizia che nelle montagne vicine gli antifascisti si erano organizzati in formazioni partigiane combattenti per affrontare i tedeschi in vere e proprie azioni di guerra. Alcuni giovani del paese si recarono da mio zio Dino, che ormai era riconosciuto come un organizzatore molto attivo, e gli chiesero di aiutarli a raggiungere le zone della guerriglia. Mio zio li accontentò e i giovani partirono per raggiungere l’Ottava Brigata Garibaldi.

Nella nostra zona la lotta armata si svolgeva con azioni notturne molto rapide: i partigiani colpivano il nemico con attacchi ai depositi di armi, incendi alle case del fascio o nelle baracche in cui si erano acquartierati i tedeschi; poi tornavano a casa per riprendere la vita di tutti i giorni.”

 

Vitaliano, il nonno di Letizia, ci racconta

Durante la seconda guerra mondiale io avevo 7 anni, in famiglia eravamo tre fratelli ed io ero il più piccolo. Mio fratello Vittorino aveva 12 anni più di me e poi c’era Vasco, che invece aveva 13 anni più di me.

Eravamo tutti antifascisti e solo Vasco e il mio babbo andarono in guerra perché erano partigiani. Dopo la guerra, ne tornò a casa solo uno…ed era mio padre. Sentir dire che mio fratello Vasco era morto rattristò tutta la famiglia. Comunque, per me, è morto da vero uomo.

 

Dal racconto di Sauro Morigi

“I giorni tra il 25 luglio e l’8 settembre furono molto importanti per la presa di coscienza delle brutture del fascismo: prima ci fu una grande esplosione di gioia poi si cominciò a riflettere e a confrontarsi per vedere come si poteva far cessare la guerra e arrivare ad una democrazia. Si videro in giro molte persone che prima stavano nascoste o erano in carcere, questi raccontarono le loro esperienze e furono da guida a coloro che, pur essendo contro il regime, non si erano mai completamente esposti.

Dopo l’8 settembre cominciarono ad arrivare i soldati dal fronte e con essi le notizie sui nostri soldati disperati e senza ordini alla ricerca di vestiti borghesi per poter tornare a casa, di viaggi sui tetti dei treni con la paura di essere catturati dai tedeschi, di interi reparti dell’esercito passati per le armi  o portati nei campi di prigionia perché si erano rifiutati di combattere al fianco dei nazifastisti. Io, come molti altri, capii che era il momento di iniziare la lotta armata e mi arruolai nella brigate della Resistenza, nei G.A.P.

Vivevamo nascosti nelle prime colline dell’Appennino e di notte scendevamo in pianura per compiere atti di sabotaggio come  minare la via Emilia o la ferrovia.

Agivamo in gruppi di 5-6 e, se ci muovevamo di giorno, eravamo accompagnati da una staffetta che stava davanti per  indicarci  la strada e avvertirci del pericolo.”

 

Camilla ha raccolto la testimonianza della bisnonna Calvia

“Attaccavo i volantini della Resistenza vicino alla casa del fascio, avevo un po’ di paura perché i tedeschi mi potevano scoprire e catturare.

Sono andata anche in montagna a prendere le armi per i partigiani; gli uomini ci dicevano che cosa fare perché loro dovevano stare nascosti dai fascisti. Una volta i fascisti hanno catturato il mio fidanzato Taschiero proprio mentre era n casa mia. Mentre Taschiero era in prigione mi accorsi che ero incinta e glielo andai a dire. Lui mi disse che non era quello un periodo perfetto per mettere al mondo un figlio, ma che era felice lo stesso.”

 

e del bisnonno Taschiero

“Io ho combattuto nella Resistenza, precisamente nella Ventottesima Brigata Garibaldi ed ero il comandante della decima compagnia.

Io ho compiuto moltissime azioni tutte pericolose, fra queste anche la liberazione di Classe che ha impedito agli alleati il bombardamento della Basilica e la sua distruzione.

Eravamo ricercati e  sapevamo bene  che in quel caso ci avrebbero uccisi, poi , quando si combatteva, c’era il rischio di morire, ma la voglia di libertà ed il desiderio di cacciar via i tedeschi e farla finita con i fascisti era più forte di qualsiasi paura.

Oggi sono molto orgoglioso di aver partecipato a questa lotta che ha portato la libertà e la democrazia.”

 

La beffa di Savio

 

Da “Io la tessera da Balilla non ce l’ho” di Silvano Saporetti  

“La preoccupazione di mio padre in quel periodo, a quanto mi hanno detto, era quella di trovare le armi e cominciò ad esplorare la zona.

Venne a sapere che a Savio c’era un distaccamento dei carabinieri che custodiva un piccolo arsenale, ma lì la situazione era più difficile: il comandante dell’arsenale sembrava non avesse nessuna voglia di consegnare le armi.

Andò a Ravenna a spiegare la situazione ai capi e Bulow ideò quella che venne chiamata la “Beffa di Savio”, un episodio che non solo procurò armi alla Resistenza, ma che creò parecchio buonumore in tutti per il modo in cui era stato condotto.

Bulow rimise la sua vecchia divisa da tenente, Isola si travestì da sergente, mio padre e altri cinque compagni da soldati semplici. Le divise erano state rappezzate con quello che erano riusciti a trovare e non erano certamente perfette, ma in quel momento non era il caso di guardare troppo per il sottile e lo stratagemma riuscì perfettamente.

Nel mezzo della notte di fronte alla casermetta di Savio si fermò un camioncino da cui uscirono un tenente, un sergente e sei soldati dell’esercito italiano. L’ufficiale bussò alla porta e, appena gli aprirono, comunicò che a Ravenna era scoppiata una rivolta e lui aveva l’ordine di prelevare tutte le armi per sedarla.

Al  maresciallo forse vennero dei dubbi perché  le divise di quei soldati  lasciavano un po’ a desiderare, ma l’ordine gli veniva dato da un ufficiale di grado più alto del suo, un tenente  molto sicuro di sé; così decise di ubbidire e consegnò sia le armi che le munizioni che i soldati, spronati dal sergente, caricarono velocemente.

Si arrivò al momento del congedo: i soldati presero posto nella parte posteriore del camioncino di fianco al materiale prelevato e il tenente salì al fianco del pilota, poi si rivolse al maresciallo e lo salutò; dall’interno del veicolo si alzò una fragorosa risata che lasciò i carabinieri sbigottiti a guardare il camioncino che si allontanava velocemente verso Ravenna.”

 

 

 

I ragazzi e la Resistenza

 

Da “Io la tessera da Balilla non ce l’ho” di Silvano Saporetti  

“A me ed ai miei amici Edo, Franco, Lino e Sauro  venne l’idea di fare degli spettacoli di burattini e ci organizzammo. Ingaggiammo mio fratello Sergio che ci diede i suoi burattini e convincemmo mia cugina Cesarina che, oltre a fare la staffetta partigiana, sapeva cucire bene, a farci i vestiti con della stoffa che eravamo riusciti a farci regalare dalla  mamma di Franco, che faceva l’ambulante di tessuti

Così iniziammo a rappresentare il nostro spettacolo per bambini e vecchiette; il soggetto  preferito era “La piccola vedetta lombarda”. Nel finale avevamo anche la musica, con Lino che suonava il clarino e Sauro la batteria, mentre tutti noi a squarciagola cantavamo:

 « Vai fuori d’Italia, vai fuori stranier.» 

Qualcuno cercava di zittirci e ci rimproverava perché il rumore si poteva sentire anche dalla strada e dire quelle cose lì poteva essere pericoloso; noi replicavamo che quella storia era proprio così e ce l’aveva insegnata la maestra a scuola.

Ci divertivamo un mondo e, pur facendoci  pagare pochissimo, qualche soldo riuscivamo a raggranellarlo e lo mandavamo alle famiglie dei compagni che erano nel carcere fascista…”

Dal racconto di Decimo Triossi

“A 15 anni facevo  la staffetta: portavo in giro volantini, armi, comunicati, informazioni e accompagnavo i partigiani durante gli spostamenti che avvenivano a piedi o in  bicicletta

Due staffette stavano davanti al partigiano, se c’era pericolo si avvertiva e si cambiava strada.

Quando facevamo le staffette ci vestivamo come bambini per sembrare più piccoli di quello che eravamo e dare nell’occhio il meno possibile.”

 

Da “Io la tessera da Balilla non ce l’ho” di Silvano Saporetti  

“Un po’ più avanti ci venne l’idea di rubare le armi ai tedeschi per consegnarle ai partigiani. Studiammo la situazione nei minimi particolari e una notte rubammo una cassa di bombe a mano e una pistola.

Eravamo orgogliosissimi di quello che eravamo riusciti a fare, ci aspettavamo ringraziamenti, pacche sulle spalle…, ma quando andammo a consegnarle ci aspettò una brutta sorpresa: “i grandi” ci sgridarono e ci dissero che se lo avessimo fatto un’altra volta ci avrebbero persino picchiato…”

 

Il signor Daniele, nonno di Federico e Ludovica

“La stazione ferroviaria del mio paese,vicino a Napoli, era un nodo importante, sia per l’approvvigionamento delle truppe tedesche, che per portare via il materiale rastrellato. Con altri ragazzi della mia età, sfuggendo al controllo dei genitori salivamo sui vagoni che trasportavano alimentari ed anche armi.

In una di quelle occasioni riuscii a portar via una cassa piena di pistole che poi facemmo arrivare ai patrioti artefici delle “quattro giornate di Napoli”

Al mio amico Claudio furono uccisi il padre e la madre insieme a circa trenta altre persone: i tedeschi li presero dalle loro case e li fucilarono.

Lui si salvò perchè era il più piccolo.!”

 

Da “Io la tessera da Balilla non ce l’ho” di Silvano Saporetti  

“…Nel frattempo anch’io ero entrato a far parte delle forze partigiane, armato di un fucile tedesco a cui il mio amico Dante aveva rifatto la spalliera di legno perché era stata distrutta, avevo seguito fino al comando, che in quel momento era dislocato a Casemurate, “e’ Gagì ad Pulsot” e Marchì  che erano tornati a Carraie, due giorni dopo il passaggio delle linee, per compiere alcune commissioni. 

Quando mi accettarono, il mio entusiasmo arrivò alle stelle: finalmente anch’io avrei impugnato le armi contro i tedeschi; mi immaginavo giorni di lotta e di gloria ed  i primi giorni furono entusiasmanti, anche se non mi fu richiesto di fare nulla.   

Poi il comando fu spostato a San Pietro in Campiano e qui venni raggiunto dai miei amici Lino, Franco e Valli. Fu molto bello ritrovarsi, eravamo veramente felici e pensavamo di poter dare insieme un grosso contributo alla cacciata dei tedeschi dall’Italia.

Ci misero tutti e cinque agli ordini di Nino Garavini, che era addetto al vettovagliamento, e fummo incaricati  di aiutare in cucina e di andare nel bosco vicino a raccogliere la legna. Noi eravamo molto delusi e, a forza di reclamare, ottenemmo l’incarico di montare la guardia davanti alla sede del distaccamento.

All’inizio eravamo molto fieri del compito che ci era stato assegnato, ma poi ci accorgemmo che era di una noia mortale: andavamo su e giù e vedevamo gli altri partire e rientrare, raccontare di sparatorie e di lotte.

Protestammo, chiedemmo di andare almeno in pattuglia, ma nessuno ci ascoltò, men che meno mio padre, che mi disse che ciascuno deve fare il suo dovere e di stare zitto. Per protesta contro quello che noi consideravamo un trattamento ingiusto, ce ne tornammo a casa: se non volevano utilizzarci come meritavamo avrebbero  fatto la guerra senza di noi.”


Questione di punti di vista..

 

Da “Io la tessera da Balilla non ce l’ho” di Silvano Saporetti”

Quando ripenso a quel periodo della lotta clandestina, mi viene da pensare all’Adelaide; lei apparteneva ad una famiglia che si era impegnata molto ed era stata duramente colpita dalla rappresaglia nazifascista: suo cognato, Settimio Garavini, era stato fucilato dai fascisti, suo marito era stato fatto  prigioniero dai Tedeschi e poi inviato in Germania e suo fratello Renzo era uno dei partigiani che erano andati a combattere nella Brigata della montagna.

L’Adelaide non era da meno dei suoi uomini e, pur avendo due figli, rischiava la vita quotidianamente per  attaccare i volantini della Resistenza sotto il naso dei Tedeschi, mentre mio padre le faceva da guardia.

Appena si faceva buio, lei si preparava come per andare al pozzo artesiano, metteva nel secchio due volantini, già con la colla, e si recava  alla casa del Fascio, dove c’era anche un reparto tedesco, attaccava i volantini sulle colonne, andava a prender l’acqua e tornava a casa col secchio pieno, lo vuotava e preparava il secchio per un secondo giro durante il quale andava ad  attaccare i manifestini anche vicino al comando tedesco, poi ritornava a casa col secchio pieno d’acqua.

Dopo la Liberazione, le altre donne scherzando le chiedevano:

« Come facevi ad attaccare i manifestini dritti, se non sai nemmeno leggere? » Lei rispondeva:

« Pierino mi metteva i volantini  nel secchio dal verso giusto, poi, col buio che c’era, anche se sapevo farlo non potevo certamente leggerli; io stavo solo attenta ad  attaccarli senza girarli.


 

Immaginiamo che l’avvenimento ci sia raccontato…

 

…dall’Adelaide

“Io faccio parte di una famiglia che, durante la Resistenza, si è impegnata molto e ha pagato un prezzo molto alto: mio cognato Settimio è stato fucilato dai fascisti, mio marito è stato fatto prigioniero dai Tedeschi e mandato in Germania, mio fratello Renzo è stato uno dei partigiani che, da Carraie, sono andati a combattere in montagna.

Io sono rimasta sola al paese a  crescere i miei due figli, ma non mi sono mai arresa alla violenza nazifascista e ho voluto anch’io fare la mia parte.

Il mio lavoro era quello di attaccare i volantini della Resistenza il più possibile vicino al comando tedesco e alla Casa del Fascio per mostrar loro che gli Italiani antifascisti c’erano e non avevano paura.

Spesso alla sera arrivava Pierino che mi portava i manifestini,  me li metteva in un secchio con la colla dietro, dritti dal verso giusto e pronti per essere attaccati perché io non ho mai imparato a leggere.

Poi lui sorvegliava la strada ed io andavo ad attaccare i volantini vicino alla Casa del Fascio, mi recavo alla fontana a riempire il secchio e tornavo a casa con l’acqua. A questo punto ero pronta per fare un altro giro per attaccare i manifesti anche vicino al comando tedesco. Certo che avevo paura, ma pensavo che in questo modo aiutavo anche i miei figli ad avere una possibilità in più di crescere in un mondo migliore.

 

…da un fascista, nel periodo in cui avviene il fatto

“Spesso alla mattina quando mi sveglio vedo dei volantini contro di noi attaccati nei muri del paese. Non so perché ce l’abbiano tanto con Mussolini: è tanto una brava persona, vuole solo il bene e la grandezza dell’Italia.

Ho fatto un  giro una sera, ma non ho visto nessuno di sospetto: c’erano solo due o tre bambini che stavano giocando e l’Adelaide che andava a prendere l’acqua al pozzo artesiano. E’ una signora molto gentile  e con l’aria innocente: certamente non può essere lei a compiere un’azione così subdola.

Non so chi continui ad attaccare i volantini, ma se lo trovo gliela faccio pagare: lo faccio mettere in galera e torturare.”

 

...dallo stesso fascista che anni dopo ha saputo il nome della colpevole

“Nel periodo della Resistenza c’era una famiglia tremenda.

Settimio Garavini riuscimmo a fucilarlo, suo fratello l’abbiamo imprigionato e mandato in  Germania, il cognato Renzo ci è invece scappato ed è andato a combattere in montagna contro di noi.

L’Adelina era peggio degli uomini della sua famiglia perché è sempre riuscita a farcela sotto al naso con l’aiuto di quel fanatico di Saporetti: noi pensavamo che andasse a prendere l’acqua al pozzo, invece lei andava ad attaccare volantini sui muri della Casa del Fascio e del comando tedesco.

E aveva persino due figli!”

 

 

La Liberazione

 

Da “Io la tessera da Balilla non ce l’ho” di Silvano Saporetti

Il 4 dicembre arrivarono notizie che mi fecero pentire di aver lasciato il distaccamento: Ravenna era stata liberata, mio padre era stato uno dei primi a salire sul balcone del Comune e aveva fatto persino un piccolo discorso, ma io non c’ero a vederlo.

Non mi restava che chiedere informazioni agli altri: cosa è successo, come ha fatto mio padre ad essere sul posto, cosa ha detto?

Come al solito il mio informatore fu Taschiero che in quel momento si trovava abbastanza vicino a mio padre da vedere tutta la scena.

Erano circa le 15 e c’era il sole, i partigiani avevano ormai conquistato la città e la popolazione si era riversata nella Piazza del Popolo.

Mio padre che fu tra i primi ad entrare nel palazzo comunale, si trovò sul balcone, furono fatte delle fotografie e qualcuno gli mise in mano un microfono; aveva frequentato solo la seconda elementare ed era molto emozionato, riuscì solo ad esprimere la sua gioia per la libertà ottenuta e il suo rimpianto per quei compagni che, come Noco, non potevano condividere quel momento di vittoria.

…Pian piano molti partigiani ritornarono a casa e ripresero il loro lavoro, mio padre disse che la sua guerra sarebbe finita solo con la sconfitta del fascismo e rimase  al Comando di Brigata che era sistemato nelle scuole  del Borgo San  Biagio.

Durante il mese di gennaio i partigiani ravennati, che intendevano continuare la lotta a fianco degli alleati, si riunirono  nella Ventottesima  Brigata Garibaldi “Mario Gordini”….

…In quei giorni  arrivò a Carraie l’autocarro che portava  i partigiani alla Brigata.

Io e il mio amico Edo…decidemmo che era ora di approfittare della situazione ed arruolarci sul serio.

Andai da mia madre e le comunicai la mia decisione. Lei mi chiese solo se fossi consapevole di quello che stavo facendo; alla mia risposta affermativa preparò un pacco con alcune maglie “perché era inverno e la stagione era molto fredda”, poi mi abbracciò stretto. Quando mi lasciò aveva gli occhi lucidi, ma non versò una lacrima; mi diede il pacco e mi disse:

« Vai,  a presto! » Io le voltai le spalle e me ne andai di corsa: avevo quasi voglia di piangere.

Quando salii sul camion insieme ad Edo avevo ritrovato l’entusiasmo e la voglia di guardare solo al futuro.

….Mi diedero una divisa con un bel fazzoletto rosso da mettere al collo. Veramente la divisa mi stava un po’ grande e per fortuna la potevo fermare in vita con il cinturone, però ero molto orgoglioso: finalmente ero un partigiano…In reparto la vita era dura: disciplina, freddo, rischio di morte, ma io ero contento perché mi sentivo utile ed ero trattato come tutti gli altri partigiani.

..Mi ricordo le notti di guardia: da solo, in un buco in cima alla riva prima destra poi sinistra del fiume Reno. Nel buio, mentre gli altri dormivano, i rumori degli animali e del vento sembravano ampliarsi e le ombre che passavano si dilatavano e diventavano sempre più minacciose; io con il mitragliatore vicino ascoltavo e mi guardavo attorno con una tensione tale che gli occhi mi facevano male: mi sentivo responsabile della vita di tutta la squadra, non potevo far correre dei rischi ai miei compagni, ma non volevo nemmeno sparare per niente e svegliare tutti..

…Andammo avanti inseguendo i tedeschi che ormai scappavano sconfitti…

Ricordo la sosta a Mesola dove, mentre eravamo in pattuglia, ci vennero incontro alcuni tedeschi completamente disarmati che utilizzavano come mezzo di trasporto un carro militare trainato da un cavallo. Noi li facemmo prigionieri e li consegnammo al comando alleato.

Ricordo l’attraversamento del Po, a due alla volta su un battello, e quello dell’Adige, su una zattera perché il nemico nella ritirata aveva distrutto tutti i ponti.

Ricordo la gente che ci accoglieva festante nei paesi; ricordo i tedeschi che si arrendevano spontaneamente ed era difficile vedere in quei “poveracci” umiliati e sconfitti, il nemico potente  e feroce che ci aveva oppresso per tanti anni.

Finalmente ci giunse l’ordine di fermarci e di tornare indietro: la Germania si era arresa.

Poco dopo cominciammo i preparativi per il ritorno.

 

 

Ricordi

 

Il signor Alberto, nonno di Federico Gualtieri ci ha rilasciato la sua testimonianza

 

Mio babbo è stato l’ultimo Podestà di Ravenna. La mattina del 4 dicembre 1944 gli ultimi tedeschi lasciarono la città, ormai accerchiata. I primi soldati canadesi entrarono a Ravenna da Classe, assieme ai partigiani del “Garavini”.

Mentre altri erano ormai in fuga, quando essi giunsero in Piazza  Vittorio Emanuele, (oggi Piazza del Popolo) trovarono mio padre che li aspettava nell’aula consiliare.

Benigno Zaccagnini e Nello Pattuelli lo invitarono ad allontanarsi, indicandogli un’uscita secondaria che dava su via Mentana. Fu poi catturato dagli alleati, ma rimase in carcere per poco tempo, prima di essere liberato. Molti sapevano infatti che egli si era adoperato presso il Comando Tedesco per fare considerare Ravenna “Città Aperta”, al fine di preservare il più possibile i beni culturali dalle distruzioni belliche, chiedendo finanche lo sgombero della Caserma Gorizia,  che   era a fianco della basilica di S. Vitale. Aveva poi salvato i tomi più antichi ed importanti della Biblioteca Classense, facendoli trasferire nella Villa Schiavina di Filetto, proprio davanti alla casa dove eravamo sfollati.

 

Francesca e Sayo hanno raccolto la testimonianza della loro nonna

“Io avevo una bambina piccola e andavo a lavorare in fabbrica, alla Callegari. Nella guerra facevo la mia battaglia tutti i giorni perché la dovevo portare dalle suore per andare al lavoro e lei non ci voleva stare, piangeva tutti i giorni e piangevo anch’io.

Quando ci fu il primo bombardamento nel Candiano decidemmo di “sfollare” a San Marco, dove la mia mamma  aveva un deposito per la vendita del vino.

Era più sicuro che stare in città.

Negli ultimi anni della guerra la fabbrica era chiusa, allora mi arrangiavo ad andare dai soldati a chiedere se potevo lavare i loro panni. Mio marito non  voleva. Però se mi davano i panni, quando li riportavo, mi davano del sapone, oppure una scatoletta di carne e per noi era festa grande. Ho lavato i panni per degli indiani, per degli inglesi e anche per dei canadesi

Conoscevo dei partigiani, ma dovevo far finta di non sapere che lo erano. Se potevo li aiutavo, cercavo di dargli delle cose tipo da mangiare. Si nascondevano e io dovevo fare finta di niente.”

 

Eleonora intervista il nonno che è nato in Istria nel 1917,  durante le guerra è stato imbarcato per quattro anni sulla nave scuola “Amerigo Vespucci” e poi è diventato partigiano

Quali sono stati i momenti di guerra più brutti e quelli più belli?

- I momenti più brutti li ho vissuti quando ero partigiano:   fischiavano i proiettili dei tedeschi e noi eravamo chiusi in una buca nel bosco. Ho sempre avuto paura di essere preso dalle pattuglie tedesche, ma ho sempre avuto fortuna e sono riuscito a non farmi prendere.

I momenti più belli erano quando ci si ritrovava con i commilitoni e si ricordavano le proprie famiglie, oppure quando, mentre ero imbarcato, si scendeva a terra sulle coste dell’Africa.-

Ci sono stati dei momenti di scarsità di cibo, sulla tua nave?

- Sulla nave no, quando ero partigiano ho saltato parecchie volte i pasti.-

 

Agata ha chiesto notizie a sua nonna

“ Durante il periodo della guerra  abitavo in campagna perché si andava via dalle città che erano più in pericolo a causa delle bombe.

Spesso passavano gli aerei che potevano sganciare bombe, quindi ci si nascondeva sotto terra in una buca scavata dagli uomini che abitavano vicino a casa mia.

Vicino a casa c’era un comando militare  e tutti i giorni i militari venivano a ricattarci dicendoci che se non avessimo lavato loro i vestiti o non avessimo offerto loro da mangiare ci avrebbero uccisi tutti. In cambio di ciò che ci chiedevano, ci davano pane bianco, barrette di cioccolato, gomme da masticare o  latte in scatolette simili a quelle della maionese.

Si mangiavano i prodotti dei campi, polli e uova. Si andava nella città più vicina con dei bollini e in cambio di essi si riceveva un chilo di zucchero o di olio.”

 

Il signor Gilberto, nonno di Luca, ci racconta:

“All’inizio della seconda guerra mondiale, io avevo nove anni ed abitavo a La Spezia, città nella quale scarseggiavano i beni di prima necessità, come in tutta Italia, del resto.

La città subì i primi bombardamenti  aerei e io, la mamma e i miei fratelli ci trasferimmo presso alcuni parenti in provincia di Parma , dove rimanemmo fino alla fine della guerra.

In quegli anni ebbi il modo di conoscere le rappresaglie delle brigate nere e dei tedeschi, ma soprattutto le feste dei partigiani locali che collaboravano per la liberazione di Parma.

Avrei tanti episodi da raccontare, ma uno in particolare piace a mio nipote Luca:

mio fratello era partigiano e quel giorno doveva trovarsi in montagna con i suoi compagni; un contrattempo lo fece ritardare all’appuntamento…per sua fortuna, perché furono tutti uccisi dai nazi-fascisti.”

 

La signora Paola, nonna di Carlotta ricorda:

“La nonna era sfollata a S. Marco per timore dei bombardamenti sulla città.

La sua casa fu occupata da un presidio tedesco; il primo gruppo che la occupò era abbastanza gentile e alla sera mangiavano insieme il cibo preparato dalla famiglia della nonna; poi arrivò un secondo gruppo di soldati che erano molto sospettosi e, se veniva ucciso un tedesco, per rappresaglia uccidevano dieci civili  italiani.

Quando arrivarono avevano solo qualche mulo, alcuni vestiti e poche armi. All’arrivo degli inglesi, misero le loro armi sulla groppa dei muli e se ne andarono.

I fascisti avevano fatto scrivere sui muri delle case dei motti tipo “libro e moschetto fascista perfetto”, “Se le culle sono vuote la nazione decade”… .

 

La nonna di Agata ha raccontato che:

Durante la guerra gli inglesi avevano occupato l’Eritrea che era una colonia italiana. La situazione della popolazione  era difficile perché non c’era più cibo e il suo babbo era stato fatto prigioniero e rinchiuso in una prigione chiamata  Forte Baldisserra, perché aveva nascosto delle armi tra i muri delle case di legno, che avrebbe dovuto buttare.

Lei era rinchiusa in un campo di prigionia insieme  alla sua mamma e poteva vedere il babbo solo per due ore al giorno.

La sua mamma andò per molti uffici per cercare di liberare il marito e finalmente ci riuscì.

Per tornare in Italia le fecero andare in un campo di prigionia a Massaua, dove c’erano tre navi della C.R.I. con le quali avrebbero dovuto percorrere il Canale di Suez, questo però non fu possibile perchè il canale era pieno di mine e quindi hanno dovuto fare il giro dell’Africa.

Mentre erano sulla nave ascoltarono per radio la notizia della caduta del fascismo.

 

Sara ha raccolto la testimonianza di sua nonna Vittorina

“Durante la guerra non si potevano comprare le cose che servivano.

L’automobile l’avevano solo due o tre persone, mancavano tante cose, c’era solo il pane nero, ma c’era tanto affiatamento tra le persone.

Non c’erano giocattoli, solo bambole di pezza, e il motorino potevamo scordarcelo!

I bambini prendevano due pannocchie di granoturco e costruivano dei cavallini¸ il falegname poteva costruire dei giocattoli con il legno : diventavano cavallini o buoi.

Io andavo a scuola a piedi e dopo la guerra anche in bicicletta; chi l’aveva, andava in automobile.”

  

Paola ha chiesto notizie a sua nonna Giovanna

“Io giocavo con bambole di pezza fatte da mia mamma  e con la terra. 

Il mio fidanzato, Rino, giocava con la fionda.

Prima della guerra aiutavo i miei genitori a svolgere le faccende di casa o a lavorare nei campi.

Io non andavo a scuola perché dovevo aiutare i miei genitori. Ho frequentato la scuola solo fino ai dodici anni. Il nonno Rino, invece, ha frequentato la scuola nel periodo  fascista: la scuola dei balilla.”

 

La signora Sergia, nonna di Anna Z., ci racconta

“Sono nata nel 1936 ed ero molto piccola quando è iniziata la guerra. I miei ricordi sono pochi, solo qualche episodio che mi è rimasto particolarmente impresso.

Nella mia casa , nella campagna di Carraie, c’era un grande capannone che i tedeschi usarono come cucina del loro accampamento.

Io e la mia famiglia, composta da nonno e nonna, una prozia, mamma, babbo e altri due fratelli, Sauro e Saura, eravamo confinati  in una sola stanza.

Mi ricordo che un pomeriggio mia nonna aspettava la visita della mia zia che faceva la fornaia a Carraie, fuori in cortile e un carro armato la seguì per schiacciarla. Ci spaventammo  molto e il superiore si arrabbiò e sgridò i soldati che subito si fermarono.

Tutte le sere io andavo al pozzo a prendere l’acqua (non avevamo l’acqua corrente in casa e anche i servizi igienici erano fuori). Una sera, per scherzo, un soldato tedesco mi prese  e mi appoggiò all’orlo del pozzo. Io avevo paura e urlavo. Ridendo, il soldato mi lasciò andare e io scappai a gambe levate.

Dopo i tedeschi, arrivarono gli inglesi che erano molto più gentili e regalavano a noi bambini , cioccolata, coperte e maglie militari.

Dagli aerei gli alleati ci lanciavano pacchi pieni di alimenti che noi bambini raccoglievamo nei campi. Mi ricordo anche che le ragazze più grandi organizzavano feste da ballo con gli inglesi.”

 

Il signor Alberto, nonno di Federico, ci racconta

Durante il periodo bellico la mia famiglia viveva in una grande villa a Filetto.

Negli ultimi mesi di guerra il “fronte” era poco  oltre lo scolo Lama; a melo di un chilometro da noi, e la casa era stata requisita dai tedeschi che vi avevano istallato una postazione di comando. Nel bosco, che è sul  fronte della casa, c’erano tre grandi carri armati “Panzern”. Noi tutti, a quell’epoca, dormivamo nel granaio. La notte passava spesso “Pippo”, un ricognitore inglese che sparava a casaccio nei campi o sganciava piccole bombe, provocando a volte la morte di chi aveva avuto la sfortuna di incontrarlo.

Un giorno arrivò un grande “macchinone” nero, scortato da alcuni autoblindi e motociclette. Io mi ero nascosto dietro  ad una siepe, e vidi scendere quello che sembrava essere un alto ufficiale dell’esercito tedesco.

Seppi poi che era il feldmaresciallo Albert  Kesserling, comandante in capo delle forze naziste in Italia, che era venuto a visitare i suoi combattenti.

Filetto fu liberata il 15 novembre 1944. Mi ricordo che andai alla “pesa pubblica” con degli amici e vidi passare le jeep e le camionette degli alleati.

I tedeschi erano fuggiti e la casa fu requisita dai liberatori che, a loro volta, vi istallarono un comando e un ospedale da campo. Vidi molti soldati polacchi che venivano portai sanguinanti nella cucina. Lì vi era un grande tavolo di legno sul quale venivano adagiati e curati. Per fortuna non ho mai assistito a nulla perché ho impresse nella mente, nonostante siano passati ben sessant’anni,  le loro urla disperate.

 

Ecco i ricordi dei nonni di Laura: Silvana e Rino

Al tempo della guerra si viveva in modo umile; a tavola il cibo veniva razionato.

I bambini andavano a scuola e quando ritornavano a casa i maschi aiutavano i padri nei campi, le femmine aiutavano nei lavori casalinghi le loro madri.

I giocattoli erano fabbricati in casa: le bambine si cucivano bambole di pezza e i maschietti costruivano carriole.

Si giocava molto all’aperto al gioco della settimana e a nascondino e i bambini si nascondevano dietro i pagliai.

A scuola i bambini erano molto pochi così venivano unite le classi questo perché i bambini erano costretti, dopo la seconda o la terza classe, a lavorare. A scuola si faceva molto facilmente amicizia; le maestre erano severe e battevano la bacchetta sulle mani quando i bambini facevano i cattivi.

 

Michela ha chiesto notizie a nonna Paola

Durante la guerra ero sfollata in campagna con mia mamma e i miei due fratelli. All’inizio abitavamo in una casa di contadini e quando si sentiva bombardare ci rifugiavamo nella stalla, ma poi la stalla venne colpita da una granata ed andammo in una villa padronale dove c’era un rifugio con tanta gente.

Alcuni uomini che erano a casa, per paura che i tedeschi li prendessero, si vestivano da donna, come mio zio.

Noi eravamo fortunati perché non ci mancava il cibo però la paura era tanta quando sentivamo le bombe che cadevano sulla città.

Mia mamma, quando poteva e c’era un po’ di calma, radunava tutti i bambini della zona e faceva scuola perché era una maestra.

Il mio babbo era un militare e, qualche anno prima che scoppiasse la guerra l’avevano mandato in Africa Orientale Italiana; è stato fatto prigioniero, portato in India poi in Inghilterra; io avevo due anni e quando è tornato ne avevo dieci.

 

Matteo Casadio ha parlato con nonno Giancarlo

“Il paese era molto povero e non aveva nemmeno i mezzi per sostenere le guerra che stava combattendo, per sostenerla hanno chiesto alle donne di consegnare le fedi d’oro.

Nel cortile di casa c’era un grosso cannone che faceva parte degli armamenti della Linea Gotica e sparava contro gli alleati.

Alla fine della guerra sono rimaste nei campi mine e bombe inesplose e molte persone, specialmente bambini sono morti o feriti gravemente perché le toccavano pensando che fossero giocattoli”

 

Fiorenza ha chiesto informazioni ai suoi nonni

Mio nonno è nato nel 1932, quindi quando è scoppiata la seconda guerra mondiale aveva otto anni, siccome mio nonno abitava in una grande villa in campagna in cima ad una collina da cui si vedevano tutti i paesi fino al mare, i tedeschi avevano scelto la sua casa come luogo ideale nel quale stabilire il loro comando, così hanno cacciato via mia nonno e la sua famiglia e gli hanno preso la casa; la famiglia ha trovato ospitalità da parenti. Alla fine della guerra i tedeschi se ne sono andati e per le strade hanno fatto delle buche e hanno sotterrato le mine. Così un giorno di lì passarono due infermiere che sono cadute nella trappola: una mina è esplosa. Una ha perso una gamba e una è morta.

In quella zona i partigiani erano nascosti nei rifugi sulle montagne, durante la notte essi scendevano e compivano delle azioni di guerriglia  contro i fascisti, poi ritornavano nei loro nascondigli;  i fascisti allora punivano la popolazione civile.

Una volta i partigiani hanno ucciso dei soldati fascisti, il giorno dopo i fascisti sono andati in  una falegnameria nella quale lavoravano dieci persone; ne hanno fucilate sei,  hanno rinchiuso le altre nella falegnameria poi hanno dato fuoco all’edificio. Per fortuna gli operai sono riusciti ad aprire una finestra sul retro con una sega e così si sono salvati.

 

La signora Carla, nonna di Chiara, ci racconta 

“All’inizio della guerra c’erano i tedeschi, erano molto giovani e ci trattavano bene; poi vennero gli alleati: indiani, canadesi, americani, inglesi, ci portarono molte cose e stavamo un po’ meglio.

Durante le guerra aiutavo la mia famiglia a tirare avanti con lavoretti domestici; durante le lotta di liberazione assieme ad altre ragazze portavo viveri, vestiti ed informazioni ai partigiani nascosti nella valle.”

 

Rossella ha chiesto notizie al nonno 

“Durante i bombardamenti mi nascondevo, insieme agli altri abitanti del paese, in pagliai o in rifugi sotto terra.

In casa mia un giorno arrivarono  i tedeschi che ci costrinsero ad abitare nelle stalle mentre loro occuparono la casa.

Fortunatamente arrivarono gli alleati che cacciarono i tedeschi.”

 

Federico e Ludovica hanno intervistato  la loro nonna

“Una volta, durante la notte, i tedeschi hanno fatto un’irruzione in casa nostra perché cercavano un militare italiano fuggito dalla sede della contraerea che era nel campo dietro casa mia. Hanno perquisito la casa e, quando hanno visto che non c’era nessuno, se ne sono andati chiedendo scusa.

Dopo l’8 settembre, giorno dell’armistizio, i soldati dell’esercito italiano iniziarono a scappare per tornare a casa mentre i tedeschi cercavano di catturarli come disertori. Mia mamma, sfidando il pericolo di essere considerata complice,  fornì a tutti quelli che glielo chiesero vestiti e scarpe per mescolarsi alla gente normale e scappare.”

 

Giulia Maria ha parlato con la sua nonna

Mia nonna abitava ad Alfonsine. Ricorda che c’erano molti bombardamenti e la gente doveva andare a ripararsi nei rifugi.

I tedeschi occuparono la casa dove lei viveva con i suoi genitori e alcuni cittadini  che erano sfollati da Ravenna e li avevano mandati a vivere nella stalla dove sono rimasti per tutto l’inverno. Per fortuna il 10 aprile i soldati della Cremona li hanno liberati e i tedeschi sono scappati insieme ai fascisti.

 

Emilio Rossi, nonno di Federica, ci racconta la sua esperienza

“Dopo l’otto settembre del 1943 i tedeschi ci hanno deportato in Germania come loro prigionieri. Ci forzavano a lavorare e, se non lavoravamo, ci picchiavano con dei bastoni; la roba da mangiare era poca: ci dovevamo accontentar di qualche buccia di patata.

In seguito ho conosciuto la figlia di un  generale che passeggiava sempre davanti alla nostra cucina e così lei mi portava un pezzo di pane ogni giorno.

Al termine della guerra ci hanno liberati e così ognuno di noi è tornato verso casa; alcuni morivano addirittura per strada, soprattutto i più robusti che avevano sofferto di più la fame; io, che ero molto magro, ce l’ho fatta a ritornare a casa sano e salvo.”

 

Alice ha chiesto notizie alla nonna

“Quando è passata la guerra io avevo sette anni.

Mi ricordo che nella nostra casa c’erano i soldati tedeschi, loro dormivano nei nostri letti, noi nelle cantine. Nelle nostre stalle avevano messo i loro cavalli e le nostre mucche le avevano portate via per  ucciderle e mangiarsele. Mi ricordo che durante la ritirata un soldato americano, dalla finastra del piano di sopra, ha sparato ad un soldato tedesco che si era appostato vicino ad un  ponte ; è caduto nell’acqua, l’hanno sepolto vicino ad una vite e lo sono venuti a prendere dopo 15 anni.”

 

Dal racconto di Sauro Solaroli, nonno di Silvia

“Dopo la morte di mio padre tornammo  in Romagna.

Andammo ad abitare con una zia vicino a Russi ed io fui costretto a smettere di andare a scuola e cominciai a lavorare (vendemmia, vendita di rocchetti di cotone)

Passavano gli aeroplani che bombardavano  le città vicine e i caccia con i mitragliatori che sparavano.

All’arrivo degli alleati (canadesi e inglesi) il fronte si fermò sul fiume Lamone, si sentivano cannonate da tutte le parti e a noi fu dato l’ordine di lasciare la casa.

Passammo una notte in una stalla fra i topi e al mattino mi svegliai con alcuni morsi

Il fratello più grande entrò nella Resistenza, mentre mia sorella aiutava i feriti nella CRI.”

 

Lorenzo si è fatto raccontare la storia del suo bisnonno

Il mio bisnonno si chiama Secondo, è nato il 14-8-1922 a Brisighella. Da questo paese sulle colline, il 28-2-1942, all’età di 19 anni, partì per il servizio militare, salì alla stazione di Ravenna sulla tradotta militare e raggiunse Gorizia.

Qui fece tre mesi di scuola militare, poi fu mandato in Iugoslavia a combattere contro i partigiani. L’ 8-9-1943 rimase prigioniero dei tedeschi e fu deportato in Germania. Qui lavorava tante ore nei campi e soffrì molta fame, per sopravvivere si arrangiò cercando nei campi delle patate che poi cuoceva nei bidoni. Mio nonno viveva in  una baracca e alla sera, quando tornava a casa dal lavoro, passava vicino ad un canneto dove una tacchina aveva il nido e faceva le uova; lui le prendeva e le mangiava a cena.

Mio nonno mi ha raccontato che metteva dei lacci nella terra per prendere le lepri, le cucinava e le mangiava insieme ai suoi compagni italiani e stranieri.

Finita la guerra fu liberato dai russi e tornò a casa usando mezzi di trasporto occasionali.

 

Dal racconto di Decimo Triossi

“A volte i tedeschi e i fascisti circondavano una zona e passavano  casa per casa per cercare gli uomini e quando li trovavano li  arrestavano e a volte li spedivano in Germania nei Campi di Concentramento; nel periodo più duro della guerra di liberazione vi furono molte rappresaglie, cioè uccisioni di civili per far pagare agli italiani le azioni compiute dai partigiani.”

 

 

Elena ci ha portato la testimonianza del signor Mario, il fratello maggiore di sua nonna Anna

“Io sono stato militare, poi partigiano.

Non so quanti nemici ho ucciso, so solo che la guerra è un mostruoso crimine perché ti costringe a uccidere per non essere ucciso

Vorrei invece parlare delle persone che ho salvato.

Eravamo nella pineta di Ravenna, tra il Bevano ed il Fosso Ghiaia. Di fronte c’erano i tedeschi. Si accorsero della nostra presenza e cominciarono a sparare. Un amico venne colpito ad una coscia. Il dilemma: ritirarsi al riparo o andarlo a prendere con il rischio di essere colpiti? Oggi faccio fatica a camminare, ma allora ero svelto come una lepre. Strisciai, riuscii ad evitare i colpi, raggiunsi l’amico e lo trassi in salvo.

Una volta ci eravamo inoltrati in una zona minata e il tenente Ubaldi mise il piede su una mina. La sua gamba era distrutta, io fortunatamente riportai solo qualche piccola ferita. Le mine erano dappertutto, ma era urgente soccorrere il ferito che rischiava di morire dissanguato. Decisi di muovermi, gli strinsi il moncone di gamba rimasto e, con molto batticuore, lo trascinai fuori dal pericolo. Era gravemente ferito, ma salvo….” 

 

La signora Olga, nonna di Nicola

“C’erano molti morti che venivano messi in fosse comuni.

Non c’era modo di giocare o di uscire per fare una passeggiata perché quello che si vedeva attorno era tristezza, morte, macerie, e aerei che volevano bombardare”

 

Anna S. ha chiesto notizie a suo nonno

“Nei primi anni quaranta (1942-43) frequentavo la prima media nel seminario di Ravenna, il palazzo che è di fronte al duomo.

Ricordo che una notte, durante un allarme aereo, ci condussero nei sotterranei del palazzo, che erano rifugi sicuri per le bombe.

Nell’estate del 43, ci spostarono nella villa del seminario a Piangipane perché rimanere a Ravenna era troppo pericoloso a causa dei bombardamenti.

Nel mese di giugno del 1944 arrivarono nella villa i soldati tedeschi che trasformarono la nostra scuola in un ospedale per i loro feriti e noi ragazzi fummo mandati a casa dai nostri genitori.

Una sera del mese di agosto ci fu un grande bombardamento e noi ci andammo rifugiare in campagna.

Ai primi di dicembre furono minati la chiesa e il campanile vicino a casa mia e tutto crollò; il fronte di guerra era ormai ai confini del paese e la mattina del 4 dicembre iniziò la battaglia di Piangipane.

Era ancora buio quando un soldato tedesco bussò alla porta e chiese a mia mamma un pezzo di pane, poi le disse di andare via subito perché i soldati tedeschi erano nascosti lì attorno mentre  quelli canadesi erano nel cimitero poco distante e la nostra casa sarebbe stata chiusa fra due fuochi.

Allora ci incamminammo per la strada per raggiungere la casa di nonna Giannina che sembrava essere in una posizione più sicura.

Piovevano granate da tutte le parti, molte case del paese erano colpite, ma per fortuna arrivammo salvi.

Verso sera il paese era ormai libero ed io con altri ragazzini guardai l’arrivo dei soldati canadesi che avanzavano per la strada principale del paese.”

 

Livia e Sofia hanno chiesto notizie al loro nonno

“Avevo solo 12 anni e abitavo a Cotignola in un paesino attraversato dal fiume Senio da dove passava il fronte. Ci sono stati molti bombardamenti, ma io non avevo paura e camminavo persino in mezzo al campo minato.”

 

Kevin ha raccolto la testimonianza della sua bisnonna

“Io abitavo in campagna, nei pressi di Urbania, di notte sentivo gli aerei passare, per andare a bombardare le città vicine; da noi, fortunatamente, non accadeva mai niente.

Una domenica mattina del 1943 sentii questi rumori molto vicini, poi improvvisamente si udirono forti deflagrazioni: gli alleati stavano bombardando Urbania. Nelle cittadina quel giorno c’erano anche il mio babbo e mia sorella che per fortuna si sono salvati, ma ci furono molti morti perché era mezzogiorno e la gente usciva dalla chiesa dopo aver ascoltato la messa.

Terminata la guerra eravamo molto felici e, non essendoci state delle distruzioni nelle nostre campagne, abbiamo potuto riprendere il nostro lavoro quotidiano.”

 

La signora Giuliana, nonna di Elena, ci racconta:

“Ho un nel ricordo dei soldati americani e canadesi: essendo la più piccola di casa ero la più coccolata e mi davano sempre le cioccolate.

Ne avevo racimolato una zuppiera piena che distribuivo ai miei fratelli”

 

La nonna di Silvia ci racconta una sua esperienza

“Una volta entrò in casa mia un tedesco ed ordinò a mio padre di dargli una bicicletta; lui disse che non poteva dargliela, ma se voleva poteva prendere un fiasco di vino o una gallina.

Il tedesco insistette e gli puntò contro il fucile; mio padre era molto forte e coraggioso, gli tolse il fucile dalle mani e lo ruppe. Allora il tedesco prese la pistola e cominciò a sparare nelle finestre e nelle porte, poi se ne andò”

 

Come ha vissuto la guerra la nonna di Alessandro

“Durante la guerra mia nonna viveva con i suoi genitori ad Adis Abeba. Il loro paese fu occupato dagli inglesi;  le donne e i bambini italiani furono in un campo di prigionia mentre gli uomini furono mandati prigionieri in Kenia.

Essendoci la guerra c’era tanta povertà, quindi mancava il cibo, l’acqua era molto scarsa. Il campo era in mezzo al deserto e, quando tirava il vento, il poco cibo che avevano si riempiva di sabbia e non era possibile mangiarlo.

La paura più grande delle mamme era quella che i cannibali che si diceva fossero fuori dal reticolato potessero entrare e catturare i loro bambini per mangiarli.

Dopo sette mesi di prigionia le donne, i bambini e gli ammalati vennero imbarcati su una nave per raggiungere l’Italia; affrontarono un viaggio lungo sette mesi. Se qualcuno moriva veniva avvolto in un lenzuolo e gettato in mare.

Giunti al porto di Gibilterra la nave venne bombardata e, per sopravvivere, gli occupanti furono aiutati dal consolato italiano tramite una tessera che permetteva loro di avere un po’ di cibo”

 

Fabrizio ha intervistato alcuni suoi parenti:la bisnonna Fiorangela

“Io mi sono sposata sotto i bombardamenti. Sognavo un matrimonio con il cavallo bianco, mi sono ritrovata con un vestito vecchio e tanta paura.

Mio marito dopo due giorni è partito per la guerra: era in marina.

Io ho pianto di malinconia, solitudine e preoccupazione. Sapevo che sulle navi mangiavano i topi e pativano il freddo.

Lui ha sempre sostenuto gli ideali di libertà e di uguaglianza e appena tornato a casa ci portava alle riunioni contro il fascismo.”


la bisnonna Silvia

“Abitavamo sulle colline di San Mamolo (Bologna); mi ricordo gli accampamenti dei tedeschi sulle nostre colline e di come la gente del posto fosse costretta a procurare loro una minestra calda o una coperta: in fondo molti di loro erano dei disperati lontani da casa, che non sapevano nemmeno perché si trovassero lì. Ricordo un tedesco che avrà avuto vent’anni, morto in un fosso; ricordo che ho pianto non solo per lui, ma per la sua mamma che non l’avrebbe più rivisto.” 


la nonna Renata

“Da piccola abitavo a Villanova di Castenaso, vicino a Bologna.

Avevo sempre giocato serena nei campi, fino a quel giorno. Avevo circa sei anni. Sentii una mano appoggiarsi sulla mia bocca, delle braccia sollevarmi, poi sentii una voce che parlava, in tono cattivo, una lingua che riconobbi in quella che i miei parenti mi dicevano essere quella del nemico.

Sentii che quell’uomo mi voleva fare del male e ancora oggi, quando ripenso a quell’episodio mi vengono i brividi.

Improvvisamente uno sparo…l’uomo mi lasciò libera e cadde vicino a me, morto.

Mi aveva salvato qualcuno: un contadino come tanti di lì, che mi regalava le uova e un sorriso.”


la nonna Nicoletta

“Quando ero piccola andavo in vacanza a Monghidoro (Bologna) e lì ho conosciuto Carletto detto il Forte che era uno zio della mia mamma.

Lo chiamavano il Forte perché, durante la guerra, aveva tenuto legati due tedeschi nella sua cantina per cinque giorni: li aveva sorpresi a rubare le sue provviste.”

 

Antonio ha raccolto le memorie di suo nonno

“Mio nonno Antonio, il papà di mamma, all’epoca della guerra aveva circa vent’anni. Era un antifascista e, quando i tedeschi occuparono Napoli, la vita per lui divenne molto difficile.

Pur non essendo un vero partigiano, aiutava la Resistenza come poteva: faceva la staffetta e altri lavori, spesso molto pericolosi.

Ad un certo punto i tedeschi, in accordo con i fascisti, attaccarono dei manifesti in cui era scritto che tutti i ragazzi e gli uomini maggiorenni dovevano presentarsi al comando per arruolarsi.

Mio nonno non aveva nessun desiderio di combattere per i tedeschi e farsi vedere in giro era troppo pericoloso, allora insieme ad alcuni suoi amici si nascose in un pozzo.

Stettero lì per circa una settimana, uscendo solo di notte per cercare cibo come tuberi, cipolle, radici o altro.

Poi dovettero uscire, ma continuarono a nascondersi per Napoli e dintorni, fino a quando gli alleati vennero a liberare l’Italia partendo dalla Sicilia.”   

 

Dal racconto di Sauro Morigi

“Durante le mie azioni con i GAP sono stato “scoperto” due volte dai tedeschi, ma sono stato fortunato perché i soldati che ho incontrato non avevano nessuna voglia di “morire da eroi” in uno scontro con i partigiani; probabilmente  non erano dei veri nazisti, ma dei poveracci costretti ad arruolarsi e, dopo anni di guerra, la cosa che volevano di più era tornare a casa dalle loro famiglie.

Una notte io e miei compagni tornavamo nel nostro nascondiglio, dopo essere andati a rubare delle biciclette per le staffette e incontrammo, faccia a faccia, un tedesco. Subito mettemmo mani alle armi per difenderci, ma il soldato non ci attaccò, anzi, ci augurò la buonanotte e se ne andò a gambe levate.

Un’altra volta vedemmo una pattuglia tedesca al di là della strada; subito ci buttammo a terra e anche loro fecero altrettanto. Noi aspettavamo un attacco e due di noi si allontanarono dal gruppo per prendere il nemico alle spalle. Attraversarono la strada con le armi in  pugno, ma non trovarono nessuno: i tedeschi, quatti-quatti, erano scappati via.”

 

Elena ha raccolto la testimonianza del nonno Egidio

1° episodio

Il nonno Egidio, nel periodo della guerra, abitava in un piccolo paese di campagna che si chiama Ragone, vicino al fiume Montone, dove vi abitavano circa 700 persone.

I tedeschi hanno ucciso 42 persone, fra bambini, uomini e donne.

Una sera, il 17 novembre, vennero i tedeschi e portarono via tredici persone, gli fecero attraversare il fiume e li portarono in  un campo, gli fecero scavare una fossa e li uccisero tutti; fra loro c’erano lo zio della mamma e due cugine; sono stati trovati i loro corpi solo dopo due mesi.

2° episodio

Il nonno Egidio si trovava in casa con la sua mamma e i suoi fratelli quando arrivò un partigiano per avvertirli che dovevano scappare perché stavano arrivando i tedeschi. Fecero due o tre chilometri a piedi attraverso la campagna e si rifugiarono in una stalla, dove dormirono sulla paglia e rimasero otto giorni mangiando quelle poche cose che erano riusciti a portarsi via da casa.

3 episodio

Una notte i tedeschi tagliarono l’argine sinistro del fiume Montone per allagare tutta la campagna; le persone dovettero rifugiarsi ai piani superiori delle abitazioni perché l’acqua era alta un metro. In quell’occasione morirono molti animali.

  


Visita al Museo della battaglia del Senio

 

Per completare il nostro lavoro siamo andati al Museo del Senio dove, con l’aiuto di filmati, documenti, oggetti e plastici, alcune guide ci hanno parlato della seconda guerra mondiale con particolare riferimento al suo passaggio nella nostra zona.

Ci hanno spiegato che gli eserciti alleati arrivarono ad affacciarsi nella pianura Padana, nella zona di Rimini, nel settembre del 1944.

Da qui in avanti gli alleati credevano di poter avanzare rapidamente in campo aperto, ma si trovarono ad affondare la resistenza dei tedeschi che si schierarono al riparo degli argini dei piccoli fiumi romagnoli, resi tra l’altro gonfi dalle piogge di quell’autunno. Per superarli gli alleati impiegarono più di sette mesi e arrivarono a sfondare nella pianura a nord del Senio solo nell’aprile del 1945.

Ravenna fu liberata grazie ad un piano escogitato dal comandante della Ventottesima Brigata Garibaldi, Arrigo Boldrini (Bulow), che convinse gli alleati ad avanzare da sud, mentre i suoi partigiani entravano a Ravenna da nord.

Il passaggio del fronte nelle terre di Romagna portò molte distruzioni e lutti: 5200 morti fra i civili contro i 2300 fra i militari di entrambi gli schieramenti, interi paesi quasi rasi al suolo, campagne, fabbriche, case e vie di comunicazioni distrutte.

Molto merito della Liberazione del nostro paese va ai partigiani, ai gruppi di soldati italiani che combatterono a fianco degli alleati e alla popolazione che collaborò alla lotta dando mezzi di sussistenza, informazioni e nascondendo, a rischio della propria vita, i combattenti clandestini.

Ci ha colpito il documentario, soprattutto quella parte che riguarda l’ingresso delle forze alleate nelle nostre città distrutte: si stenta a riconoscere, in quelle immagini di macerie e di fango, luoghi che ben conosciamo e vediamo quotidianamente. 

Abbiamo notato anche come questa guerra abbia portato la gente a contatto con costumi, abitudini alimentari, divertimenti nuovi e come la popolazione  abbia saputo utilizzare ciò che la guerra aveva lasciato ed insegnato, per ricostruire il proprio paese ed iniziare il cammino verso la democrazia.

 

 

 

 

Classi quarte

A noi è piaciuto molto un episodio che ha narrato Gianluigi, una delle guide e che riguarda una donna che abitava davanti all’Isola degli Spinaroni, dove era dislocato il comando partigiano.

Questa signora aveva trovato un modo ingegnoso per comunicare se la strada era libera ai partigiani, che potevano osservare con un cannocchiale, il cortile di casa sua: se stendeva le lenzuola voleva dire che c’erano tedeschi nelle vicinanze, se stendeva la biancheria intima non c’erano nemici in vista e i partigiani potevano uscire dal loro nascondiglio senza nessun pericolo.

Un’altra cosa interessante è stato l’intervento a sorpresa del signor Taschiero, il nonno di Camilla. Lui era uno dei partigiani che ha collaborato con gli uomini di Popski alla liberazione di Classe, salvando la Basilica di S. Apollinare dai bombardamenti alleati, e ci ha raccontato questo episodio: la corsa dei partigiani verso il  paese tra le pallottole nemiche, passando lungo la ferrovia perché il resto era tutto allagato, la liberazione dalle forze tedesche e l’arrivo alla basilica.

Quando siamo usciti in cortile ci ha spiegato molte cose sulle armi che vi erano esposte mentre noi l’ascoltavamo ammirati. 

 

Classe quinta

Oltre al documentario e ai vari oggetti in mostra ci ha colpito moltissimo il plastico che la nostra guida ha utilizzato per spiegarci le varie fasi della liberazione di Ravenna.

Una cosa molto divertente ed istruttiva è stata la caccia al tesoro. Attraverso questo gioco la guida ci ha fatto notare:

  • come i partigiani utilizzavano gli oggetti che riuscivano a portar via ai tedeschi: armi, radio, cassette di pronto soccorso..,
  • come le divise date dagli alleati erano trasformate in divise dell’esercito di Liberazione: fazzoletto rosso, coccarde, scritta “partisan” sulla manica,
  • come erano le mappe utilizzate dai partigiani nei loro spostamenti: disegni e scritte, su carta precedentemente utilizzata, che potevano essere capite solo da chi conosceva bene il territorio,
  • come le donne contribuirono alla lotta di liberazione: staffette, partigiane combattenti…,
  • come si potevano attraversare i fiumi: barche da valle, costruzione di ponti Bailey o di barche…,
  • come una popolazione a cui mancava tutto riusciva ad utilizzare per scopi domestici ciò che gli eserciti abbandonavano nei loro spostamenti: rottami, lamiere, elmetti, cassette metalliche, taniche di benzina, bossoli di proiettili…,
  • quali oggetti erano contenuti negli zaini dei soldati alleati e come molti di questi, sconosciuti alla maggior parte degli italiani, entrarono a far parte delle abitudini di vita della popolazione locale: carne in scatola, concentrati, tè…,

 

 

 

 

 

 

 

Casella di testo: La pace è
Tranquillità
Amicizia
Serenità
Armonia
Sicurezza
Speranza per il futuro
Gente che lavora
Bambini che giocano
Una passeggiata tranquilla
Un aquilone che vola 
nel cielo azzurro
Un fiore che sboccia in un prato
La semplicità della vita quotidiana
 

Casella di testo: La guerra è
Odio
Distruzioni
Paura
Miseria
Fame
Disperazione
Aerei che lanciano bombe
Persone che soffrono
Campi incolti
Città sconvolte
Morte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Casella di testo: Non vogliamo più guerre, non vogliamo che altri uomini e donne possano raccontare esperienze simili a quelle che i nostri vecchi hanno raccontato a noi.
La guerra la vogliono quelli che detengono il potere e ne vogliono sempre di più, le persone senza scrupoli che la vedono come un modo per arricchirsi, coloro che non accettano la diversità di opinione e di cultura, i fanatici che hanno bisogno di spargere sangue per sentirsi vivi.
La guerra, però, la paga la povera gente che non l’ha voluta, ma se l’è sentita piovere addosso e si trova con la vita sconvolta, la quotidianità distrutta, il presente fatto di morte, fame e paura, mentre il  futuro diventa sempre più incerto.
 
   Il mondo 

 ha bisogno di

  PACE!